Periodico di attualità, politica e cultura meridionalista
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martedì 21 agosto 2012

Economia, gli imprenditori del Sud i più a disagio (ma falliscono meno)


NAPOLI – Il rapporto sul “disagio” degli imprenditori stilato dalla Fondazione Impresa traccia un quadro molto chiaro del divario Nord – Sud. Particolarmente disagiate la Campania e la Basilicata che sono ai vertici di questa classifica del disagio. Nonostante la vita dell’imprenditore meridionale sia più dura e difficile i dati indicano che su 10mila aziende hanno chiuso solo 7 aziende in Basilicato a fronte delle 31 della Lombardia. Quindi il disagio non si trasforma necessariamente in fallimento. Al terzo posto, nella classifica del disagio avvertito dagli imprenditori, le Marche e poi ancora Sud con Calabria e Sicilia. Ma l’indagine della Fondazione Impresa è riuscita anche a tracciare un quadro preciso delle aziende più incerte. Si tratta di quelle di nuova costituzione (con meno di cinque anni di vita) e di quelle piccole (con meno di 5 dipendenti soprattutto). Dopo di questi i titolari più preoccupati sono quelli che, negli ultimi anni, hanno fatto la scelta di innovare nonostante la crisi sempre più incombente. Più tranquilli gli imprenditori del Trentino, del Piemonte, dell’Emilia Romagna e del Veneto. Tra gli altri settori analizzati quello della comunicazione a banda larga (dove le peggiori regioni sono Marche e Basilicata), la densità ferroviaria (le reti meno sviluppate in Trentino, Basilicata, Umbria, Abruzzo, Puglia e Molise) e quella autostradale (ai vertici negativi la Sardegna e la Basilicata).

red. eco.

sabato 30 giugno 2012

Sicilia in rosso, l'allarme della Corte dei Conti


PALERMO - Nel corso dell’udienza pubblica svoltasi a Palermo ieri, la Corte dei Conti ha diffuso le cifre del bilancio della Regione Sicilia relative all’anno 2011, rivelando un aumento dei residui passivi, cioè i debiti per spese già impegnate ma non ancora pagate, da 5 a 7 miliardi di euro. La Corte ha manifestato “preoccupazione per il contributo agli obiettivi di finanza pubblica richiesto alla Regione con oneri stimati pari a circa 850 milioni per il 2012 e circa 900 milioni per gli anni 2013 e 2014, da scontare nel patto di stabilità”. La presidente della Corte, Rita Arrigoni, ha definito il quadro attuale “allarmante con un debito regionale in continua crescita che tra novembre e dicembre 2011 ha visto attivare nuovi prestiti per 818 milioni di euro, determinando una complessiva esposizione a fine anno per circa 5 miliardi e 300 milioni, un debito destinato a salire malgrado l'impugnativa del commissario dello Stato”. Una situazione preoccupante, i cui dati sono stati definiti dalla stessa Corte “segnali di inarrestabile declino” di cui pagano inevitabilmente il prezzo le imprese, che tra il 2007 e il 2011 sono diminuite di ben 4500 unità, conferendo alla Sicilia il triste primato della regione del Mezzogiorno che ha perso più imprese attive. La presidente Arrigoni ha poi sollecitato "un sostegno alla Sicilia da parte del governo nazionale, come si va prospettando in ambito europeo per gli Stati in pericolo di default".  Infatti, dichiara ancora la presidente, "senza adeguati mezzi finanziari i siciliani non potranno sottrarsi alla rassegnazione antica, che si traduce in forza di attrazione mafiosa e clientelare a disposizione dei prepotenti e dei potenti di ieri, di oggi e di sempre".

ANTHEA LAVINIA BOVE 


mercoledì 20 giugno 2012

Fornero contro tutti/ Ecco perchè la posizione del Ministro è inaccettabile



ROMA - La retorica dello Stato-Azienda era sufficientemente fastidiosa ai tempi del governo di Mediaset (o, se preferite, di Berlusconi), ma Elsa Fornero vuole riproporcela in salsa stalinista, con tanta voglia di epurazione. Così ha dovuta subirla il Direttore Generale dell'Inps, Mauro Nori, alla pubblicazione dei dati riguardanti la questione degli esodati. Sono stati battezzati “esodati” i lavoratori che avevano stipulato accordi aziendali per l'allontanamento anticipato dal posto di lavoro (per agganciarsi in seguito alla pensione), e che invece, all'approvazione della riforma delle pensioni (nel decreto Salva-Italia) si trovano senza stipendio né pensione per un periodo di 5/6 anni. Fin dall'approvazione del decreto, si è dibattuto sul numero di questi lavoratori. Poca chiarezza è stata fatta finché non sono state approvate misure per la salvaguardia di un numero di lavoratori pari a 65.000. Sarebbe questo il numero degli esodati? Non propriamente. E’ bastato attendere la pubblicazione di un documento dell'Inps, firmato da Nori, per avere il dato completo: sono salvaguardati con lo stanziamento dettato dal decreto in 65.000, ma su un numero totale di 390.200!
Ed ecco che il dibattito si riaccende. Abbiamo accettato il governo Monti per buttare acqua sul fuoco ed ecco che si lancia l'intera tanica di benzina. Per la Cgil la questione degli esodati è una minima parte di una riforma iniqua, per la Cisl la Fornero mente, la Uil aspetta risposte. Aspetta e spera. Che la Fornero menta non c'è dubbio, che la riforma del lavoro sia ridicola si tratta di opinioni, che sottoscrivo. Tra tutti i dati e le opinioni, comunque, Fornero ne riconosce solo alcuni: i suoi. Gli esodati sono 65.000, poche storie. Poco importa, infatti, che l'Inps sia l'istituto di riferimento e che quei dati fossero a sua disposizione da tempo: la pubblicazione per il Ministro è da bollare come atto “improprio” e “deresponsabilizzante” (alla faccia di anni di belle parole sull'open-data e degli annunci eccezionali in proposito alla vigilia del decreto semplificazioni), aggiungendo che “se si fosse in un settore privato, ci sarebbe da riconsiderare i vertici”. Qui, oltre ad una questione di merito, vi è una importante questione di metodo: ci sono frasi che non si possono accettare! Se qualche tempo fa il lessico (molto fantasioso, bisogna dire) e il discutibile approccio alla stampa del Ministro poteva essere valutato come dettato dall'inesperienza e dall'ingenuità di chi alla politica era stato estraneo, ora quell'atteggiamento va considerato come dettato da una volontà consapevolmente falsificatrice.
Tanto incredibile quanto folle è essere entrati in questo acceleratore di particelle che piega tutti al pensiero unico montiano: alla finanza ed ai suoi interessi bisogna piegare lo Stato, la Democrazia, la verità (se vogliamo). In caso contrario, il baratro.
Un atteggiamento che però ha la copertura del potere forte più forte di tutti: l'informazione. Manco a dirlo, Repubblica e il Corriere della Sera, che si stracciavano le vesti (a parere di chi scrive, giustamente) per Tremonti e Berlusconi che nascondevano la crisi sotto il tappeto, non fiatano di fronte al comportamento autoritario di Fornero. Pare che i “poteri forti” non solo c'abbiano imposto di non avere un governo eletto, ma anche di non avere un'opposizione (nessuno consideri opposizione il becero populismo di Di Pietro e della Lega Nord). Non esistono regimi non democratici che facciano bene il loro lavoro. Per questa ragione il diritto di essere all'opposizione è una doverosa difesa degli spazi di democrazia nel nostro paese. Questa regola generale, si traduce nella critica dell'azione quotidiana di governo. Anche nella faccenda degli esodati.
E tornando alle parole del Ministro, si badi bene: in una liberaldemocrazia è diritto dei cittadini, che pagano le tasse, avere i dati che riguardano l'amministrazione delle casse pubbliche. A maggior ragione, poi, quando si parla di drammi sociali come quello di chi si trova senza lavoro e senza pensione. Improprio e deresponsabilizzante è nascondere quei numeri, madame Fornero.

SALVATORE FAVENZA

martedì 19 giugno 2012

L'EDITORIALE/ Quel voto che non vogliono leggere in modo corretto


ATENE - Sostenere che l'Europa è salva perchè i greci hanno responsabilmente scelto di restare nell'euro è una doppia falsità. Il voto di domenica non era un referendum pro e contro l'euro ma la scelta politica per decidere chi dovesse governare il Paese. Spacciare la vittoria numerica di Nuova Democrazia come l'arrivo del bengodi e della tranquillità economica e sociale è un'altra falsità. Lo dicono i numeri. Nuova Democrazia ottiene il 29,6% dei consensi a fronte del secondo partito fermo al 26,5% di Syriza, la coalizione delle sinistre erroneamente definite radicali. Nuova Democrazia ottiene la maggioranza dei deputati grazie al supporto imprescindibile del Pasok, il partito socialista, la sinistra greca per eccellenza, che negli ultimi 40 anni ha conteso proprio alla destra di ND, il controllo del Governo. Il Pasok è un partito ormai morto, una sorta di Popolo delle Libertà ellenico. Aveva stravinto le elezioni sotto la guida di George Papandreou nel 2009 ottenendo il 43% dei consensi e oltre 170 deputati. Oggi il Pasok è l'ombra di sè stesso con l'11% e meno di 40 seggi in Parlamento. Eppure quel partito fallito sosterrà il Governa della destra di Antonio Samaras che vuole, a tutti i costi, rispettare gli impegni con l'Unione Europea. Non potrebbe fare altrimenti visto che la Merkel, appena arrivata al G20 ha subito messo le cose in chiaro: nessuna revisione al ribasso delle misure di austerity per la Grecia. Il che si traduce in altre lacrime e sangue per il piccolo paese dei Balcani. Ma torniamo proprio ad Atene dove una informazione fasulla ci ha fatto sapere che i greci hanno scelto l'euro e l'Europa. Le forze combinate di Nuova Democrazia e Pasok danno un risultato del 41% mentre le forze anti euro, rappresentate da Syriza (al 26,5%), dalla destra conservatrice (al 7,5%), da Alba Dorata (che rientra in parlamento con il 7% dei voti), dal partito stalinista (5%) sono al 47%. Ovviamente è impensabile che si ritrovino a governare insieme stalinisti e Syriza o neonazisti e conservatori ma è indicativo che la maggior parte dei greci non considera credibile la ricetta dell'austerità proposta da Berlino e avallata dal nuovo Premier in pectore Samaras il quale dovrà riuscire, nel giro di pochissime settimane,  svolgere un lavoro impossibile. Agli inizi di luglio le casse greche saranno vuote e per essere rimpinguate dalla Bce dovrà approvare una serie di riforme micidiali per il popolo e per i poteri forti che hanno governato la Grecia negli ultimi 30 anni e hanno controllato, come burattinai, proprio Pasok e Nuova Democrazia. In pratica i responsabili del disastro dovrebbero risolvere il problema. Non ci riusciranno. I mercati lo sanno e, non a caso, nel lunedì post voto, tutte le borse sono cadute mentre lo spread è risalito a 460. Noi ce ne accorgeremo nel giro di 4 mesi. L'estate sarà calda ma si annuncia un autunno rovente per la Grecia e per l'Europa. 

ROBERTO DELLA ROCCA

domenica 13 maggio 2012

Il Governo ha deciso: il futuro del Sud? Cchiù asili pi tutti!!!


NAPOLI – Di fronte al tracollo dei partiti che lo sostengono e all’avanzata clamorosa del Movimento 5 Stelle e delle varie anime all’opposizione del Governo dei tecnici, il Presidente del Consiglio Mario Monti si è mosso. Urgentemente ha convocato a coorte tutta la stampa per annunciare coram populo che è cominciata la Fase 2, soldi a pioggia che beneficeranno soprattutto il Sud. Fin qui l’annuncio potrebbe soltanto rendere contenti i meridionali. Poi leggi bene e ti rendi conto che il Governo non ha fatto niente di gran che. Ha cancellato 2,3 miliardi di euro di Pon (programmi operativi nazionali) e ha approvato una serie di misure. Vai a leggere le misure e ti rendi conto di una contraddizione in termini soprattutto nelle parti dove più incisiva emerge la mano assistenzialista dello Stato. Assistenzialismo che non ci piace e che, è bene chiarirlo, ha distrutto l’economia di questo paese e ne impedisce, attualmente la crescita. Dunque giù con fondi a pioggia che serviranno, udite, udite, ad aprire degli asili. Avete capito bene. La grande novità del Governo tecnico è proprio questa: l’apertura in serie di asili nido per i nuovi italiani per un totale di 850milioni. Nuovi luoghi dove i figli della lupa capitolina che avranno la fortuna di nascere al Sud, potranno trovare sollievo e ristoro, sollevando anche il carico di lavoro dei genitori moderni. Senza considerare il boom di nuove assunzioni che il Governo Monti ha preventivato. Oltre 18mila giovani tra Campania, Calabria, Puglia e Sicilia sono destinati ad essere assunti come baby sitter, questo il lavoro che il nuovo millennio, quello dei burocrati e dei tecnici ha in serbo per il sud. Resta da eludere una sola domanda. Quali bambini saranno accuditi da questo esercito di bambinaie e bambinai (non sarà corretto ma la realtà è che siamo passati dai bamboccioni di Padoa Schioppa ai bambinai di Monti) visto che tutte le statistiche disegnano una natalità pari a 0? Gli italiani non fanno più figli e se non fosse per gli stranieri non ci sarebbero nemmeno quei 556mila bambini nati nel 2011 che sono sempre di meno rispetto ai 592mila morti. Già. Perché dal 1993 in Italia si muore più di quanto non si nasce. Adesso arriva Monti e ci prende in giro promettendoci di assumere i disoccupati come impiegati negli asili. Ma non solo questo il serioso governo dei tecnici ha deciso di mettere in campo per aiutare il Sud. Ci sono anche gli anziani e le badanti scarseggiano. Allora il Governo cosa ha fatto? Ha stanziato 330 milioni di euro per l’assistenza agli anziani. La decisione è stata presa da Elsa (la) Fornero, il ministro più lacrimoso (e pietoso) d’Europa che ha però svelato subito l’arcano. Tenete a bada il nonno che sulla sedia vuole esultare perché il Governo ha pensato a lui. Secondo la Fornero si tratterà di progetti sperimentali perché, non essendoci soldi per tutti, non si può assistere tutti. Ma l’esperimento servirà a ridisegnare un nuovo progetto assistenziale, per il futuro. Quando gli anziani di oggi saranno deceduti, questo, in altre parole, il grande piano della Fornero. E dopo anziani e bambini i giovani, croce e delizia del Governo tecnico. Ben 220 milioni di euro sono destinati al contrasto alla dispersione scolastica e ha favorire la riscoperta dell’apprendistato. Torneranno con grande enfasi i cococò, i cocopro e via dicendo tutte le sinistre sigle che hanno scandito la precarietà in questi ultimi anni. Solo 50 milioni per rinnovare un po’ di social card, le simpatiche tesserine azzurre frutto dell’ingegnoso piano di Tremonti. Ne avranno diritto i cittadini italiani, di età maggiore ai 65 anni, pensionati con una pensione annua di importo inferiore a 6.322,64 euro, non proprietari di immobili, automobili e patrimoni mobiliari inferiori a 15mila euro. Soldi a pioggia sempre per Campania, Calabria, Puglia e Sicilia dove arriverà un pacchetto di 900 milioni di euro destinati al sostengo delle imprese. In particolare sarà dato ossigeno al Fondo Centrale di Garanzie (che, nella maggior parte dei casi si occupa di iniettare denaro per aziende vecchie almeno di tre anni, nate con fondi statali e che sono incapaci di vivere nel mercato senza sangue fresco una volta l’anno), ci saranno soldi (quanti e quando non è dato sapere) per le aziende che vogliono esportare e per quelle che assumeranno personale. Ulteriore provvedimento che sicuramente risolverà grandi problemi è la digitalizzazione dei processi. In 23 tribunali del Sud sarà sperimentato il processo civile telematico. Vedremo come andrà questo esperimento. Al centro dell’attenzione anche la promozione turistica. Come dimenticarsi del fatto che questo sgangherato paese potrebbe vivere di turismo? Ebbene in arrivo per una ventina di siti meridionali la bellezza di 330 milioni di euro. Scommettiamo che la maggior parte servirà a stampare inutili guida turische o materiale pubblicitario presso tipografie amiche dei soliti noti politici? Proprio questo sarà il problema maggiore di questa informata di miliardi che il Governo spedisce al Sud. Il controllo della spesa sarebbe il miglior investimento possibile per salvare il Sud dai meridionali furbetti che amano più sé stessi che la loro terra. 

FAUSTO DI LORENZO

venerdì 30 dicembre 2011

Tasse ed evasione, la grande truffa e una previsione per il 2012



NAPOLI - Caro direttore, riprendo quanto da te sostenuto in passato circa le tasse. Come giustamente dice qualcuno l’introduzione di una flat tax al 15%, assieme ad un sano e serio piano di abbattimento delle spese e degli sprechi, sarebbe stata la cosa più giusta e corretta da fare. Grosso modo è quanto sta avvenendo in Spagna dove, grazie ad un Sovrano con gli attributi (a differenza del Presidente burletta che risiede al Quirinale), non si è piegato l’interesse del paese al volere della Banca Centrale Europea. Il paese, caduto il legittimo governo democraticamente eletto, è andato alle elezioni e il nuovo Primo Ministro Rajoy si è assunto la responsabilità politica di un piano di risanamento economico fatto di tagli alle spese, riduzione delle tasse e incentivi alle sviluppo. Sogno per la malandata Italia che si è dovuta beccare, su ordine della Cancelliera di cartapesta Merkel, il governo tecnico targato Bce. Ma è sulle tasse che vorrei concentrare l’attenzione dei nostri lettori. Come già detto da questa testata in più occasioni il nostro Paese ha un debito pubblico superiore ai 1900 miliardi di euro. Grazie alla manovra Monti tra tasse, imposte e (pochi) tagli si conta di racimolare 25 miliardi. Altri 270 sono i miliardi di evasione che, secondo i tecnici, dovrebbero essere recuperati grazie alla stessa manovra. La previsione è completamente destituita di fondamento. Sono i dati degli ultimi 30 anni ha raccontare questa realtà: maggiore è la pressione fiscale, maggiore è l’evasione. In poche parole. Più le tasse aumentano maggiore è la voglia dei cittadini di evadere. Giustamente aggiungo io. Non è giusto sottostare ad un regime fiscale e tributario così iniquo come quello italiano. Sempre per restare ai dati. Nel 1980 la pressione fiscale era al 39,4%, le previsioni Istat per il 2012 danno un impietoso dato di poco superiore al 48% segnando, qualora il dato fosse confermato, un bel +1,5% rispetto all’anno che si sta chiudendo. L’evasione, invece è arrivata a 270 miliardi ben 70 in più negli ultimi due anni. Praticamente da quando il Governo ha deciso di combattere l’evasione fiscale con nuove tasse e con un regime di polizia fiscale, l’evasione è cresciuta di 35 miliardi l’anno. Senza considerare la dissennata scelta di non distinguere l’elusione (legale) dall’evasione (illegale). In parole povere l’elusione corrisponde a quando, dal commercialista (e confessi chi non lo ha fatto), si chiede di fare tutto il possibile per pagare il meno possibile “eludendo” le leggi più severe per aggirare quante più tasse possibili e pagare, di conseguenza, di meno. Il tutto nel rispetto delle norme di legge. Ma questa è tutta un’altra storia. Il Governo Monti ha fatto tutto quello che era in suo potere per imporre nuove tasse e combattere gli evasori dimenticando il fatto che, sempre più spesso, si evade perché non ci sono i soldi e non si evade per frodare o per spendere nel lusso e nel benessere. Eppure ci hanno fatto credere, e tentano ancora di darcela a bere, che l’evasione può essere combattuta con le tasse e la polizia fiscale. Falsità ai limiti della truffa. Tutto questo ai signori tecnici non interessa. Intanto il Pil sprofonda. I dati sui consumi dell’appena passato Natale parlano chiaro: si spende di meno. Non ci sono soldi. La gente non compra. Senza considerare l’effetto più stupefacente della manovra Monti: la fuga dalle banche. Come legge di contrappasso per eccellenza è partita la fuga di capitale dalle banche, prime sostenitrici di questo esecutivo. La paura di prelievi notturni (alla Giuliano Amato, per intenderci) è tanta. Così i conti restano aperti ma i soldi sono sempre meno. Sta tornando in auge la vecchia mattonella, alla faccia di Monti e di tutti i banchieri. Il nuovo anno sta per cominciare. Per chiudere una sola previsione ovviamente, come spesso facciamo noi del Giornale del Sud, in controtendenza. La manovra Monti non servirà a nulla. La pressione fiscale supererà il livello più alto degli ultimi 30 anni (il 51,6% del 2009) e l’evasione fiscale aumenterà ancora. Se questa previsione sarà rispettata sarà l’ennesima riprova del fatto che chi ci governa o è incapace o esercita il potere in totale malafede e contro gli interessi del popolo.

Fausto Di Lorenzo

lunedì 19 dicembre 2011

L'EDITORIALE/ Lo zio di Bonanni, le tasse e la complicità dei sindacati



ROMA - Mi sento come lo Zio di Raffaele Bonanni, Segretario Generale della Cisl: non so niente di economia ma ho la certezza di poter fare una finanziaria migliore di quella approvata da una inebetita Camera dei Deputati e presentata dal Consiglio di Facoltà guidato da Mario Monti

I numeri e il voto in aula
Va detto che, forse in un sussulto di dignità personale o forse perché si sono resi conto di non servire più a niente, a decine i deputati appartenenti a partiti schierati con Monti che non si sono presentati in aula al momento del voto. I numeri parlano chiaro. A fronte di una fiducia ottenuta, poco meno di un mese fa con 556 sì e soli 61 no (il gruppo leghista più Mussolini e Scilipoti), la Finanziaria è stata sanzionata alla Camera con "soli" 402 voti favorevoli, 75 contrari e 22 astenuti. In meno di un mese il Professor Monti ha raffreddato i bollenti spiriti dei suoi sostenitori che la stangata finanziaria proprio non l'hanno voluta avallare. Sono stati 154 i voti persi da Monti a destra come a sinistra. Hanno tolto il proprio sostegno al tecnicissimo gabinetto (è proprio il caso di chiamarlo così!) sia l'Italia dei Valori che la Sudtiroler Volkspartei (Svp). Politicamente importante la prima, irrilevante la seconda e altamente prevedibile. Con una maggioranza così ampia Monti non aveva alcun interesse ad inserire qualche norma economicamente vantaggiosa per i sud tirolesi  (i quali, per la cronaca, vengono letteralmente pagati dalla Repubblica per restare entro i confini italici, ma su questo si può discuterne in altra sede!) che così, mancando le "pezze d'appoggio", si sono ritirati in buon ordine in attesa di qualche esecutivo politico a caccia di un gruppetto di voti in parlamento. 



La deputata leghista Emanuela Munerato è intervenuta contro la manovra Monti parlando alla Camera vestita da operaia per sottolineare come i costi della crisi, per scelta del Governo, graveranno soprattutto sulle spalle dei lavoratori e delle altre categorie esposte.


Si è astenuto, non era presente in aula o addirittura si è schierato contro il defunto Governo Berlusconi. Quasi tutti gli ex ministri non hanno approvato la manovra assieme ad un'altra trentina di deputati del Popolo della Libertà che, nonostante il tentativo di mettere una pezza da parte di Berlusconi (il quale ha parlato di dissensi previsti e, in certi casi autorizzati dalla dirigenza del partito), è sempre più spaccato. Compatto il terzo polo di Casini, Fini e Rutelli, e meno evidenti le fratture dentro il Partito Democratico. In generale la classe politica sta continuando a dare una pessima prova di sé.

Pagare tutti per pagare meno? No, pagare meno per pagare tutti
Quello che sembra un gioco di parole dovrebbe entrare nella testa di tutta la popolazione. Non è vero quello che ci raccontano. Non è vero che la lotta all'evasione fiscale si porta avanti instaurando un regime fiscale (anticipazione di altri tipi di regime). Non è vero che le tasse sono alte perchè non tutti pagano le tasse. Le tasse sono alte perchè servono a coprire le spese di una classe di tecnici e politici papponi e gli interessi delle banche usuraie. Da Napolitano a Scilipoti, passando per le case degli avvocati, dei giornalisti, dei notai, dei magistrati e via dcendo, c'è tutta una massa di parassiti sociali che vive del lavoro della povera gente che, come ringraziamento, deve anche subire le angherie fiscali decise dal Governo. Se tutti pagassimo le tasse, le tasse non diminuirebbero perchè i signori della casta avrebbero l'interesse a continuare ad ingurgitare e ad abboffarsi. Vero è il contrario. Se le tasse scendessero in modo radicale l'evasione diventerebbe antieconomica. Lo spiega molto bene l'economista Arthur Laffer, economista californiano che, grazie alla sua curva dimostrò come ad un livello di tassazione elevato corrispondesse una alta evasione e, di riflesso, minori entrate. Ad un livello di tassazione considerato "giusto" le entrate fiscali sarebbero aumentate. Guardando il grafico, nel caso italiano si tratterebbe di passare dal livello di tassazione t3 a t*. Le entrate aumenterebbero in modo considerevole.


File:Krzywa Laffera.svg

Casi pratici ce ne sono già stati nel corso degli ultimi 30 anni. Spinto da Laffer, Ronald Reagan applicò il suo sistema e, operando con l'introduzione di una singola flat tax, il gettito fiscale aumentò sensibilmente. Non solo negli Usa si è fatta la scelta giusta di ridurre le tasse. Anche un Paese con un profondo debito pubblico come l'Argentina di inizio XXI secolo ha rivisto il proprio sistema di tassazione e, con una dichiarazione di bancarotta e una revisione al ribasso delle imposte, oggi cresce (al di fuori della dittatura mondiale dell'economia) a ritmi del 6% annui. Non bastano gli esempi? Passiamo alla Russia dove la fine dell'Urss aveva creato una folle politica economica che avrebbe dovuto consentire l'inserimento della nuova repubblica nel capitalismo mondiale. Le riforme non furono sufficienti e nel 1998 la crisi raggiunse livelli gravissimi a seguito anche della svalutazione del rublo. Alla fine Eltsin cambiò le sorti della storia optando per la semplificazione dell'apparato burocratico e militare, con una riduzione del potere delle caste oligarchiche e amministrative e, infine, con una semplificazione radicale del sistema fiscale con l'introduzione di una flat tax che portò, nel giro di un biennio ad un aumento delle entrate fiscali del 30%. Un Governo di tecnici queste cose, non le capisce, o meglio, non le vuole capire perchè trattasi della peggior specie di tecnici, i banchieri che hanno solo l'interesse di bottega.




Dal "Vivat Monti" alle lotte sociali
E torniamo a Bomba ripartendo da Raffaele Bonanni e dagli altri Segretari dei Sindacati, Luigi Angeletti della Uil, e Susanna Camusso della Cgil. Non sapevamo di avere a che fare con delle vergini vestali e, sinceramente, non so come possano pensare di darla a bere a qualcuno. Adesso la triade sindacale si è resa conto che il Governo Monti è un governo tecnico, non legittimato dalla volontà popolare, imposto dal Presidente della Repubblica alle forze politiche allo sbando incapaci di gestire la crisi e di far uscire il Paese dalla palude in cui è precipitato a causa di 150 anni di politiche sballate e fuori dal mondo. Eppure furono proprio i tre sindacati a celebrare il Vivat in aeternum e basta andare a dare una occhiata ai tanti comunicati rilasciati dalle tre sigle sui loro siti. La Cgil esultava per l'eliminazione dell'Orco di Arcore e cantava le lodi di Giorgio I salvatore della Patria: "La fine del governo Berlusconi, delle sue politiche di divisione sociale, di attacco al lavoro, di penalizzazione del lavoro pubblico delle autonomie locali è uno straordinario e positivo risultato per il Paese ed è frutto non solo del giudizio di non credibilità sancito dai mercati in questo periodo ma soprattutto della lunga stagione di lotte del lavoro e sociali che hanno attraversato il Paese in questi anni di cui la CGIL è stata a pieno titolo soggetto fondamentale [...] A questo fine la CGIL pensa che sia necessario un governo di emergenza, di transizione e di garanzia del Presidente della Repubblica che possa affrontare il problema del ripristino della nostra credibilità internazionale" si leggeva nella nota stampa del 10 novembre. Più cauta, ma sempre soddisfatta, la Uil: "Al Presidente del Consiglio Mario Monti e al nuovo Governo va il nostro augurio di buon lavoro. L’impegno a cui è chiamato l’Esecutivo è davvero complesso. Ma la competenza e la professionalità di tutti i suoi componenti ci lascia ben sperare. Noi ci attendiamo provvedimenti per lo sviluppo nel segno dell’equità. In questo quadro, la Uil sarà un interlocutore responsabile ed affidabile". Ma anche sul programma i sindacati erano d'accordo con Monti con la Cgil che esaltava il radicale cambiamento culturale del Paese: "La Segreteria Nazionale della CGIL ha apprezzato nel discorso del Presidente Monti al Senato il forte senso delle Istituzioni, la valorizzazione dello Stato e delle sue articolazioni a tutti i livelli. Gli obiettivi delineati danno il senso di una inversione di tendenza rispetto all'impostazione del Governo precedente sul fronte del contrasto all'economia illegale e al ripristino di politiche volte alla trasparenza e alla lotta all'evasione come elemento fondamentale del progresso civile e sociale del Paese [...] L’interessante approccio tenuto dal professor Monti sull’istruzione registra una vera svolta culturale che riconosce importanza strategica al sistema della conoscenza e dopo anni di vilipendio ne propone la valorizzazione e la funzione essenziale per la crescita e l’innovazione". Poi la luna di miele è finita. Monti ha cominciato a fare quello per cui è stato chiamato dalla finanza internazionale e dall'Unione Europea, ovvero salvare le banche, spremere i cittadini e consentire il pagamento dei debiti nazionali strainfischiandosene della crescita, della popolazione e del risanamento vero che serve al Paese. Ovviamente passato all'ultimo punto dell'agenda del Paese il Sud, su cui il governo non si è minimamente espresso. Ovviamente i Sindacati hanno fatto altrettanto riaprendo però una stagione di lotta contro il potere dei tecnici. Ma dove sono finiti i sindacati compiacenti, quelli che, con Angeletti affermavano: "Quello presentato, oggi, da Mario Monti è un programma sostanzialmente condivisibile. Ci convincono, in particolare, i passaggi in merito alla riforma fiscale, per noi prioritaria nella prospettiva della crescita del Paese. Se si inciderà anche sui costi della politica e sugli inaccettabili privilegi, ci incammineremo su una buona strada". Erano lì. Sono lì. Sono sempre loro. I Sindacati come comitati d'affari, casta silenziosa che non paga l'Ici, che ha esenzioni fiscali di ogni tipo e che pontifica, pontifica, pontifica, su questo e quell'argomento. Sono sempre stati al loro posto. Agli attenti quando richiamati da Napolitano alla responsabilità nazionale, e saranno ancora lì quando dal Quirinale arriverà un secondo richiamo alla responsabilità. Allora se Monti si è insediato anche col consenso dei Sindacati, caro Bonanni, dimettetevi e fatevi sostituire da tuo zio. Ne capirà meno, ma forse saprà fare di meglio. Forse la truffa Monti lui l'aveva già capita!


Roberto Della Rocca

martedì 13 dicembre 2011

Cantieri di Castellammare, la vertenza dimenticata

La protesta degli operai di Fincantieri all'annuncio della chiusura dei cantieri di Castellammare

VIBO VALENTIA - Un neo meridionalismo in grado di fare i conti con la storia non può che ripartire dai concreti processi economici. Cosicché, per comprendere lo stato d’impoverimento e di debolezza cui è pervenuta la struttura economica delle regioni meridionali nel primo decennio del terzo millennio, si rende necessaria una breve ma opportuna rivisitazione storica. E così, per prima cosa, bisogna ricordare che lo smantellamento del tessuto industriale nel territorio dell’Italia delle Due Sicilie ebbe inizio proprio 150 anni fa. Esso prese avvio, infatti, con la chiusura degli stabilimenti minerario metallurgici di Mongiana nella Calabria Ulteriore che, ironia della sorte, in nome del liberismo e delle privatizzazioni ispirate dai potentati economici europei della seconda metà dell’800, vennero venduti in seguito all’asta promossa dall’Intendenza di Finanza di Catanzaro con bando del 25 giugno 1874. Proseguì con la desertificazione delle esperienze tessili disseminate un po’ in tutte le regioni del vecchio Stato del Sud, a partire dall’inedito caso di San Leucio in provincia di Caserta che, per l’innovativa tecnologia industriale delle manifatture tessili e per la sua straordinaria ispirazione socio-economica introdotta in quel frangente storico del 1789, era stata conosciuta al mondo con il nome di “Real Colonia” collettivistica di tipo “comunista”. Si trattava infatti di quel settore tessile del regno napoletano che, sin dal 1813, aveva visto fiorire altresì la realtà avviata da Giovan Giacomo Egg con lo stabilimento di Piedimonte d’Alife. Struttura industriale quest’ultima che, seppure con l’annessione del 1861, l’indirizzo dei processi economici era stato orientato al rafforzamento del triangolo padano, aveva avuto la forza di resistere alle varie congiunture fino a pervenire nel 1925 a rinascere come S.p.A. Manifatture Cotoniere Meridionali. La sua robustezza economica settoriale e il suo naturale radicamento lungo il corso della storia, nonostante la distruzione dell’opificio operata dall’esercito tedesco il 19 ottobre 1943, era sopravvissuto ancora fino a pervenire al grave stato di crisi degli anni ’50 del secolo appena trascorso. Sicché, in un contesto di depauperamento, il tessuto industriale introdotto naturalmente dal processo economico innescatosi agli albori della rivoluzione industriale, in quel che è stato il fecondo ed intraprendente territorio siculo – napoletano, rischia ora di chiudere definitivamente con il cantiere navale di Castellammare di Stabia. Si tratta, nonostante la partigiana propaganda negativa verso l’intraprendenza produttiva dell’italica penisola meridionale, della più antica fabbrica di navi conosciuta nella modernità per le sue straordinarie tipologie lavorative. Castellammare di Stabia, infatti, sin dal ‘500 costituiva quello che in gergo moderno viene definito come un distretto manifatturiero, legato a numerosissime attività di natanti prodotti artigianalmente. In quel periodo fecondo, numerosi opifici avevano raggiunto una capacità organizzativa e professionale in grado di costruire navigli complessi, che andavano oltre i semplici pescherecci. Tale crescita, del tutto naturale per l’abbondanza della materia prima attinta nei boschi del demanio, costituiva una grande ricchezza per l’ingegno dei vari e numerosi maestri d’ascia, il cui talento si tramandava gelosamente di generazione in generazione. In un crescendo operoso, dunque, grande impulso aveva avuto di poi nel 1783, grazie all’allora primo ministro del governo di re Ferdinando IV di Borbone, Giovanni Edoardo Acton


Il cantiere infatti aveva varato tre anni dopo il “Partenope”, la prima imbarcazione di una lunga serie di vascelli, fregate e navi da guerra. In quel periodo, con i suoi 1.800 operai, era divenuto il maggiore stabilimento navale dell’intera penisola italiana. Grazie alla sua espansione, per le innovazioni progettuali d’avanguardia, era pervenuto il 18 gennaio 1860 al varo della moderna fregata ad elica, la “Borbone” di 3680 tonnellate, lunga 68 metri e larga 15, con la quale si chiudeva il vecchio sistema delle lenti e pesanti imbarcazioni di legno a poppa tonda. Ciò era stato possibile grazie agli stabilimenti metallurgici di Pietrarsa, che avevano raggiunto una capacità tecnologica in grado di produrre un motore di una potenza tale da erogare ben 457 cavalli di forza motrice. Per non parlare della dotazione di cui la fregata stessa era fornita, sempre con prodotti delle industrie siderurgiche e metallurgiche del regno napoletano. La fregata “Borbone”, infatti, possedeva 8 cannoni rigati da 160, 12 cannoni lisci da 72, 26 pezzi da 68 e 4 cannoni da 8 in bronzo. 


Cosicché, il cantiere navale di Castellammare di Stabia, nel periodo che va dal 1840 al 1860, aveva sfornato un quantità di imbarcazioni per ben 43.000 tonnellate. Successivamente, nel 1931, il cantiere varò la famosa “Amerigo Vespucci”, quindi nel 1939 entrò a far parte di Navalmeccanica fino ad arrivare, nel corso del 1943, alla semi-distruzione delle sue attrezzature. Ricostruiti gli stabilimenti del cantiere navale, il primo dopoguerra vide Castellammare realizzare per conto della Marina Militare il recupero dell'incrociatore “Giulio Germanico” affondato precedentemente dai tedeschi in ritirata. Nel 1956, ricostruito come cacciatorpediniere, l’incrociatore recuperato venne varato col nome di “San Marco”. Frattanto nel 1955 la società Bacini & Scali Napoletani venne assorbita dalla Società Esercizio Bacini Napoletani che era stata fondata nel 1954, dopo aver abbandonato la Navalmeccanica. 


Si pervenne in tal modo al 1966 allorché, integrando l’Ansaldo di Genova, il triestino Cantieri Riuniti dell’Adriatico e Navalmeccanica di Napoli, il 22 ottobre vide la luce la società Italcantieri appartenente al gruppo IRI. Fu Italcantieri che nel 1972, con il cacciatorpediniere Ardito, varò l’ultima unità militare a vapore per conto della Marina Militare. Nel 1984, infatti, la società venne interamente rilevata dalla nuova holding finanziaria Fincantieri appartenente alle Partecipazioni Statali che, in tal modo, ne assumeva in proprio la direzione operativa, precedentemente soltanto controllata. 

Giuseppe Bono, Ad di Fincantieri autore del piano da 2551 esuberi

Tra una crisi aziendale e un’altra, Fincantieri attraversò gli anni successivi fino ad arrivare ai nostri giorni a presentare un piano industriale attraverso il quale, dichiarando 2551 esuberi, vorrebbe smantellare due siti produttivi con in testa proprio quello di Castellammare di Stabia. La corale protesta dei lavoratori ha finora impedito che passasse il disegno che voleva la sua chiusura e il 9 novembre scorso, un’intesa sottoscritta al ministero dello Sviluppo Economico, ha garantito l’attività per realizzare la commessa per la costruzione di due pattugliatori già ordinati dalla Guardia Costiera. Tuttavia, sarebbe un grave errore se la vertenza restasse congelata nella routine delle crisi aziendali cui i potentati economici nazionali ed europei ci hanno abituati ad approcciarci. Se così fosse, con le solite litanie dei dati economici o delle diseconomie, le crisi di mercato e quella neo finanziaria, al prossimo attacco il cantiere affonderà come soccombettero in passato le aziende siderurgiche e tessili che, chiudendo sul nostro territorio hanno rilanciato i siti di altre regioni del nord, della stessa ricca Europa e di alcune aree asiatiche. Ecco perché, tanto per restare soltanto alla cantieristica navale e alle attività portuali, un nuovo concreto meridionalismo che non sia soltanto evocativo di un glorioso passato potrebbe ripartire proprio da Castellammare di Stabia, dal porto di Gioia Tauro e da Termini Imerese, per citarne solamente alcuni. Il misurarsi su questo terreno, forti della consapevolezza storica di ciò che avvenne poco prima, durante e dopo il 1860, non potrà che fare la differenza rispetto alla servile ed inconcludente classe dirigente che spadroneggia indisturbata a rappresentare il nostro popolo nei consessi istituzionali che contano oggigiorno a livello locale, nazionale ed europeo. Quel che serve, in sostanza, è la consapevolezza di dover ricostruire subito un nuovo blocco sociale che sappia dare voce e dignità all’intera area meridionale. Un blocco che, disincantato dall’astratta retorica e libero dal condizionamento culturale ultracentenario, sappia saldare gli interessi materiali delle neo generazioni del sud, cui è negata tuttora la prospettiva di poter utilizzare diversamente le proprie risorse umane e naturali che li circondano, con l’orgoglio dell’appartenenza a una realtà geografica straordinariamente proiettata come avamposto commerciale nel bacino del Mediterraneo. Area che però, per uscire da questo asfissiante giogo in cui è stata relegata, ha bisogno di credere che ricostruita a sistema economico produttivo, ha le carte in regola per ritornare competitiva nel contesto globale più di altre aree che, paradossalmente, per le rigidità socio - economico - strutturali che hanno accumulate nel tempo, ora si trovano avviluppate come non mai.

Michele Furci

domenica 27 novembre 2011

L'EDITORIALE/ Fate con calma, anzi, non fate niente!


ROMA - Giuliano Ferrara ha fatto uscire due giorni fa il Foglio, quotidiano da lui diretto, con una prima pagina eccezionale. Una versione ritoccata del giornale di Confindustria il quale, mentre si consumava la "tragicommedia Napolitanesca" del siluramento di Silvio Berlusconi e dell'ascesa di Mario Monti, invitava tutti a "Fare Presto" riproponendo, a sua volta, una vecchia apertura de il "Mattino" circa gli aiuti per le popolazioni colpite dal terremoto in Irpinia. "Fate con calma" campeggiava a tutte colonne sotto l'intestazione farlocca de Il Sole 24 Ore che negli ultimi mesi, seguendo le direttive di via dell'Astronomia, ha bastonato politici e governo incapaci di far fronte alle sfide della crisi globale invocando il cambio di passo a Palazzo Chigi. E' bastato il tocco di Giorgio Napolitano e in breve tempo rispetto ai tempi della politica, Mario Monti si è insediato sul trono di cartapesta dell'Italietta liberale. Correva il giorno 12 novembre quando Silvio Berlusconi si è infilato nella fossa scavata da Napolitano che il giorno seguente conferiva al "Professore di Bruxelles" l'incarico di formare il nuovo Governo dopo averlo lautamente prezzolato con la nomina a Senatore a Vita al costo di "soli" 25.000 euro al mese, ovviamente pagati dai contribuenti. Passano tre giorni di consultazioni e il 16 novembre Monti fa tirare un sospiro di sollievo al mondo intero sciogliendo la riserva e comunicando i nomi dei Ministri e il pomeriggio il nuovo esecutivo giura nelle mani del Capo dello Stato. Da allora in avanti la fretta è svanita. Eppure la crisi incombe. L'andamento dello Spread, che ha segnato il destino di Berlusconi, parla chiaro.

11 novembre: 456 
(sabato 12 novembre, borse chiuse: dimissioni di Berluconi)
(domenica 13 novembre, borse chiuse: Monti accetta l'incarico con riserva)
14 novembre: 492
15 novembre: 529
16 novembre: 519 (Monti scioglie la riserva e il Governo giura)
17 novembre: 495
18 novembre: 468
(sabato 19 novembre, borse chiuse, primo Consiglio dei Ministri approva il decreto di Roma capitale)
21 novembre: 474
22 novembre: 490
23 novembre: 482
24 novembre: 491
25 novembre: 500

E l'andamento della borsa conferma la necessità di far presto.




Il FTSEMIB ha perso per strada nell'ultimo mese più di 2000 punti con tendenza particolarmente negativa a partire dall'avvio della crisi politica finale del Governo Berlusconi. Monti non ha portato aria nuova, evidentemente. Ma nonostante la fretta (che il Sole 24 Ore pare aver dimenticato) ci accodiamo alla copertina de il Foglio per dire che, tutto sommato, è meglio se Mario Monti continua a prendersela con calma e, anzi, ci spingiamo oltre rivolgendogli un appello. Caro Professore, caro Presidente, Gentile Mario, non faccia niente, lo faccia per tutto il popolo di questo sgangherato paese. Piuttosto che mettere in pratica i provvedimenti che ha annunciato è meglio sprofondare in bancarotta.

L'incontro a Strasburgo tra Monti, Sarkozy e la Merkel

Il cancelliere tedesco Angela Merkel, sulla cui politica si potrebbero aprire spazi sconfinati di ragionamento (ma per il momento sorvoliamo), si è detta impressionata dalle riforme che sono state spiegate da Monti. Il Financial Times aveva chiesto "in nome di Dio e dell'Italia" le dimissioni di Berlusconi. Oggi, meno entusiasticamente, ha parlato di riforme avvolte nella nebbia. Insomma la sensazione generale è che Monti abbia un po' deluso tutti. In attesa restano i sudditi. In attesa dei provvedimenti, delle riforme, delle norme di responsabilità nazionale che tradotto in un linguaggio spicciolo suonerebbe: attesa della stangata.
Al di là di ogni ottimistica previsione di coesione "nazionale" le forze politiche si stanno scannando per i posti nel sottobosco governativo. Viceministri e sottosegretari che contribuiranno, non poco, al lievitare della spesa pubblica. Basti pensare che il Governo Monti (12 ministri con portafoglio più 5 senza portafoglio) costa il doppio rispetto al precedente governo.

Orco di Arcore 1.431.420

Professore di Bruxelles 2.832.992  (+ 1.404.572 !!!!)

Ogni ministro di Mario Monti, non essendo membro delle due camere guadagna 177.062 euro l'anno mentre i ministri di Berlusconi, essendo parlamentari percepivano una indennità di 3.746 euro oltre lo stipendio da deputato/senatore. Il tutto, in entrambi i casi, per 13 mensilità (l'anno politico, si sa, dura di più!).
Quanto meno questa spesa raddoppiata dovrebbe portare aria nuova nelle case degli italiani visto che Monti ha deciso di puntare in modo deciso e rapido sulla crescita. Cosa che ci dovrebbe soltanto far piacere. Il Governo tecnico procederà spedito proprio come un treno ad alta velocità. Nel primo consiglio dei ministri il Governo ha approvato il fondamentale decreto di Roma capitale. Non si è parlato di crisi. Nella seconda settimana di vita risolverà il problematico rebus dei viceministri e sottosegretari (in modo da far lievitare ancora un po'  il costo del baraccone governativo) e, se ci sarà il tempo, si accontenterà Napolitano sulla questione della cittadinanza ai figli degli immigrati. Se tutto andrà bene i primi provvedimenti arriveranno con il consiglio dei ministri comodamente fissato per il 5 dicembre. Giusto in tempo per rovinare il Natale a tutti. Difatti i provvedimenti per la crescita che Monti approverà, o meglio, quelli che la stampa nazionale filo montiana sta spudoratamente spacciando come provvedimenti per la crescita altro non sono che nuove tasse. Basta fare una rapida disamina di quello che si è discusso in questi giorni sui giornali:

- aumento dell'Iva al 23 o al 25%.
- reintroduzione dell'Ici sulla prima casa con revisione (ovviamente al rialzo) degli estimi catastali!
- introduzione di una tassa patrimoniale. 
- prelievi "spontanei" straordinari dai conti correnti.
- introduzione di una tassa sull'uso del contante o abbassamento del limite dell'uso consentito del contante da 2000 a 300 euro.

Alla faccia della crescita. Con pacchetti di riforme (leggasi tasse) del genere la crescita sprofonderà nel giro di sei mesi. Non dovrebbe essere difficile comprendere (anche se pare che ci sia un problema di comprensione su questo punto non solo solo da parte del Governo ma anche da parte di molti sudditi di Monti) che se una famiglia viene tassata ancora di più ha meno soldi da spendere. Se una famiglia spende di meno i negozi e le fabbriche vendono di meno. I prodotti vengono accumulati come scorte e la produzione subisce uno stop fino a quando non verranno smaltite le scorte. I lavoratori, grazie al pacchetto di riforme europeo che prevede licenziamenti "facili" (il tutto alla faccia del buon senso), finiranno in strada con difficoltà ancora maggiori nel trovare nuovo lavoro e le famiglie continueranno ad impoverirsi. Allora la domanda sorge spontanea: cosa fare? Tre sole cose, di buon senso (motivo per cui i politici e Monti non le faranno mai):

- eliminazione totale dei privilegi delle caste (il che significa abolizione degli ordini professionali e del valore legale del titolo di studio, eliminazione delle pensioni facili, riallineamento degli stipendi dei membri delle caste ai livelli più bassi possibili);
- riforma costituzionale con eliminazione delle regioni (comprese quelle a statuto speciale), dimezzamento del numero delle province, fine del bicameralismo "fotocopia", federalismo politico e fiscale;
- eliminazione di tutte le tasse oggi presenti in Italia e introduzione di una sola flat tax al 15% secondo l'elementare modello della curva di Laffer (rimandata ad altra sede la disquisizione sulla curva) che, dove è stata applicata (Usa anni '80, Federazione Russa anni '90 tra gli esempi più eclatanti) ha prodotto effetti positivi su crescita, sviluppo e benessere.

A questi tre provvedimenti si potrebbero aggiungerne altri due (l'uscita dall'euro e l'uscita dall'Unione Europea per rimettere in discussione i trattati di Maastricht e Amsterdam) ma si potrebbe anche soprassedere. Tutto questo non lo si farà. Il Governo italiano procederà con il suo piano di "spremitura". Il ministro del Welfare, Elsa Fornero (già Banca Mondiale) ha riferito che la riforma delle pensioni è già bella, pronta e approvata grazie all'orco di Arcore. Il problema è anticiparla. Ma in realtà è un non problema perchè Pd e Cgil hanno subito fatto sapere che sono pronti a sostenere l'anticipazione della riforma. Pd e Cgil che, ovviamente si erano opposti al governo dell'orco di Arcore che voleva aumentare subito l'età pensionabile secondo i dettami dei tecnocrati dell'Ue. E l'impeccabile Monti, ben vestito, ben curato e ben sostenuto da tutti i partiti (meno la Lega) è pronto a incassare il "disinteressato" aiuto del Fondo monetario internazionale. Aiuto che ovviamente è lo stesso che ha fatto ritrovare ancora di più in crisi l'Islanda e la Grecia (e un quindicennio fa l'Argentina). 

Christine Lagarde
primadonna del Fmi

L'elegante Christine Lagarde ha fatto sapere di essere pronta a sostenere l'azione riformatrice di Monti per i prossimi 18 mesi. In parole povere. Se gli "aiuti" del Fmi arrivassero a gennaio Monti dovrebbe rimanere in carica fino al giugno del 2013. Considerato che la casta non è mai favorevole a fare le elezioni fuori dal canonico periodo marzo - maggio, le elezioni del 2013 saranno sospese per tenere in piedi il governo degli aiuti del Fmi? Ai posteri l'ardua sentenza ma davanti a questo scenario ribadiamo l'invito a Monti. Presidente, per piacere, non faccia nulla! Meglio la bancarotta argentina agli aiuti e alle riforme all'italiana.

Roberto Della Rocca


mercoledì 2 novembre 2011

Papandreou dice no agli oligarchi Ue. W la Grecia che decide sul proprio futuro!


Il Primo Ministro greco George Papandreou

ATENE – George Papandreou ha detto no! E solo questo basterebbe a migliorare la giornata di chiunque abbia una minima accortezza su quanto sta avvenendo in giro per l’Europa. Finalmente il primo ministro greco ha deciso di giocare la carta del referendum popolare contro gli aiuti europei, referendum con cui, questo l’orientamento generale, il popolo greco rifiuterà di sottostare all’imposizione di Bruxelles e dei suoi oligarchi. La prima reazione è stata quella delle borse che sono precipitate in caduta libera. A seguire è partito il tam tam di commenti di persone più o meno qualificate. Alcuni hanno attaccato duramente Papandreou. Come si fa a rifiutare un aiuto? Questa la domanda stupida che si pongono alcune teste deboli. Se fosse aiuto disinteressato o utile, Papandreou sarebbe un pazzo. Ma trovandoci di fronte alla solita elargizione di denaro non per fare le riforme strutturali bensì per pagare gli interessi sul debito pubblico alle banche anglo – tedesche (principali acquirenti del debito pubblico di Atene) ecco che si spiega il gran rifiuto di Papandreou. E’ bene ripetere il concetto. Il governo tedesco e quello francese hanno fatto pressione, da due anni a questa parte, affinché l’Ue concedesse continui miliardari aiuti alla Grecia. Questi soldi europei (dunque anche soldi provenienti dal Sud!) sono finiti ad Atene ma il governo greco non li ha usati né per pagare gli stipendi né per evitare la cassa integrazione, né per le infrastrutture e né, tantomeno, per finanziare le riforme economiche. I nostri soldi, partiti da Bruxelles e arrivati ad Atene, sono tornati indietro visto che gli aiuti sono serviti, quasi esclusivamente, a pagare gli interessi sul debito pubblico greco. Berlino e Londra ne hanno beneficiato più di tutti. Restano un paio di dubbi. Perché l’Inghilterra non ha fatto pressioni come Francia e Germania? E perché Nicolas Sarkozy annuncia battaglia al G20 di Cannes nel tentativo di imporre a Papandreou l’ennesimo piano di salvataggio? Tutto molto semplice. Le banche inglesi non hanno scrupoli e fin dall’inizio della questione non hanno fatto pressione sull’Ue per i piani di salvataggio ma preferiscono rifarsi sulla Grecia. Il Governo non paga? Poco male, loro si prendono il Partenone, questa la proposta (neanche tanto provocatoria) che qualche mese fa giunse da oltremanica. 

Il Presidente della Repubblica Francese Nicolas Sarkozy
e la Cancelliera tedesca Angela Merkel

Quanto a Sarkozy va detto che Monsieur le President si straccia le vesti per evitare il crollo delle banche tedesche. Con il referendum la Grecia si avvia ad un prevedibile fallimento, così come capitato agli inizi del nuovo millennio all’Argentina (che oggi naviga a vele spiegate e senza problemi strutturali!). Il fallimento greco si tradurrà nell’automatico fallimento delle banche tedesche e se la Germania vorrà evitare il crollo del suo sistema finanziario dovrà necessariamente intervenire per dei salvataggi che sono vietati dalla normativa europea. A quel punto, per evitare il niet della Commissione Ue la Germania dovrà, necessariamente denunciare i trattati di Maastricht e Amsterdam e uscire dall’area euro ripristinando il Marco forte. A quel punto, dopo soli 10 anni, l’euro diventerebbe un ricordo così come la politica monetaria ed economica dell’Unione con grande danno per la Francia che, sull’asse con la Germania nell’euro, ha posto le basi per la rinascita del suo ruolo internazionale (vedi Tunisia e Libia). A quel punto le conseguenze sono incalcolabili e gli scenari sono aperti. Si annuncia catastrofe, insomma, nel vecchio continente anche se non è detto che la fine dell’euro significherà la fine del mondo, anzi. 

Un futuro auspicabile?

Forse il riacquisto dell’indipendenza economica consentirà una ripresa effettiva e un fallimento controllato degli altri paesi a rischio (come l’Italia, ormai prossima al 7% di differenziale sui titoli di stato, superato il quale dovrà accettare per forza gli aiuti Ue) potrebbe porre le basi di una nuova espansione. Quel che è certo è che il referendum greco è da tenere strettamente sotto controllo. Dalla scelta del popolo greco dipendono le sorti dell’Europa così come è stata configurata. Speriamo bene e cerchiamo di imparare cosa significa l’orgoglio di un popolo stanco di essere tenuto per il guinzaglio che è pronto ha riprendere la guida dei propri destini!

Paolo Luna

martedì 4 ottobre 2011

L'offensiva della grande finanza: poca carota e molto bastone

Le proteste negli Usa

ROMA - La grande finanza getta la maschera così come crolla il mito della democrazia. I principali responsabili della crisi economica di questi anni, nonché affamatori di una porzione non indifferente della popolazione mondiale, hanno mostrato che non è consentito, nemmeno negli Stati Uniti d’America (indicata da molti come la terra della libertà per eccellenza), scendere in strada e protestare contro l’arroganza degli oligarchi e dei burocrati. Se il regime dell’Ayatollah avesse arrestato (dopo averle caricate e malmenate) quasi mille persone, immediatamente tre ore dopo tutto il mondo libero si sarebbe sollevato chiedendo l’espulsione dall’Onu, le sanzioni, il bombardamento preventivo dell’Iran. Domenica mattina le forze di polizia di New York si sono comportate esattamente come i Guardiani della rivoluzione e hanno sedato il pacifico blocco del Ponte di Brooklyn. A scendere in strada i nuovi poveri. Fascia di popolazione sempre più ampia dell’occidente che, grazie ai giochi di prestigio dell’alta finanza, ai signori Rothschild, Goldsmith, Soros e via dicendo, stanno perdendo tutto quello che si era riusciti a conservare. Molti sono scesi in strada. In Spagna, in Gran Bretagna, in Francia, la Grecia e il Portogallo sono in fiamme e tra poco toccherà alla Germania. Negli Usa il grande Obama non è riuscito a far niente di meglio che far declassare il paese dalle agenzie di rating internazionale (anche queste controllate dai soliti noti). Un vero e proprio avviso a rigare dritto. E Barack subito si è allineato, come ai suoi tempi Ceacescu faceva con gli ordini di Breznev. Dopo una pacifica protesta a Wall Street la marcia sul ponte di Brooklyn finita nel peggiore dei modi. L’assalto al manifestante. Questo è anche un campanello d’allarme per tutti quelli che cercano di proporre metodi alternativi al sistema vigente come la doppia circolazione monetaria o la stampa di moneta locale. Mentre negli Usa scendono in strada in Italia, da nord a Sud, gli oligarchi, i burocrati e i papponi di stato dormono sonni tranquilli, il popolo bue è in sonno perpetuo e non si sveglierà. Mentre il popolo bue dorme l’Agenzia delle Entrate fa scattare l’operazione ghigliottina: anche gli usurai italiani si sono messi in moto. La paura di una crisi generale ha fatto accelerare l’assunzione di un provvedimento assurdo. La tanto temuta Equitalia (Dio ce ne liberi!) darà due mesi di tempo per pagare e poi procederà al sequestro, ovviamente indiscriminato, dei beni. Vale a dire che se all’Equitalia dovete 3mila euro e possedete una casa che ne vale 200mila perderete la casa in due mesi senza possibilità di slittamento ma non solo. Equitalia non è soltanto così generosa. Siete commercianti? Equitalia dopo aver sequestrati i vostri beni vi sputtanerà in “mondo visione” iscrivendo l’azienda nel registro degli ipotecati infedeli con conseguente comunicazione alla centrale rischi di tutte le banche in modo che i fidi e i prestiti aperti dovranno rientrare, anche in questo caso, celermente. 

Il presidente di Equitalia Attilio Befera

Non contento, il Presidente Attilio Befera, conosciuto nell'ambiente con il nome di "Tassator cortese", ha anche stabilito la possibilità di sequestrare i conti correnti e avviare i pignoramenti presso terzi. Non ci sarà più bisogno di istruire una cartella esattoriale, con un avviso potremmo tutti essere considerati in mora. Ispiratore di tutto è il Superministro dell’Economia Giulio Tremonti che ha imposto un rientro per la prossima raccolta fiscale di ben 13 miliardi di euro. Poco importa se nel frattempo vi siete impoveriti a causa delle tasse, della crisi dell’euro e di quella finanziaria, dovete pagare. Tremate, tremate, i vampiri son tornati!

F.d.L.

lunedì 3 ottobre 2011

Rapporto Svimez/ Sud ancora indietro, avanti con l'agricoltura e le rinnovabili




Con questo articolo di analisi sui dati comunicati dalla Svimez comincia la sua collaborazione con "il Giornale del Sud" la dott.ssa Dafne Duval. Nata a Napoli, vive a Milano dove si è trasferita per motivi di studio. Laureatasi nel 2010 alla Bocconi in Economia e Managment per Arte, Cultura e Comunicazioni, nello stesso anno ha conseguito presso la London College of Fashion un Postgrad Cert in Fashion Buying and Merchandising. Attualmente sta conseguendo una specializzazione presso la Libera Università di Lingue e Comunicazioni (IULM) in Marketing, consumi e distribuzione commerciale. A lei i migliori auguri di benvenuta nella redazione de "il Giornale del Sud".


MILANO - Secondo il rapporto dell’associazione per lo sviluppo dell’economia del mezzogiorno Svimez, discusso a Roma il 27 settembre 2011 , l’ Italia sarebbe ancora alle prese con i postumi della crisi economica. In un quadro mondiale tendenzialmente in ripresa, nel 2010 il Pil italiano ha registrato un incremento dell’1,3%, solo di poco inferiore al corrispondente francese (+1,5%). Nell’ambito di tale situazione il Sud risulta essere in notevole recupero rispetto al 2009: si è passati infatti dalla crescita negativa del -4,5% allo +0,2%. Nonostante il divario storico costante in termini di sviluppo tra le aree del Nord e del Sud (si registrano tassi rispettivamente dell+1,7% contro il + 0,2%), è da segnalare la ripresa evidente dell’Abruzzo (+2,3%) grazie all’impulso fornito dall’industria e dai servizi, nonché quelli derivati dall’intensa fase di ricostruzione peraltro ancora non entrata nel pieno dell’attività prevista. Le Due Sicilie si dimostrano forti nel settore primario: il valore aggiunto aggregato di silvicoltura, agricoltura e pesca cresce a ritmi doppi rispetto a quelli del settentrione dimostrando, ancora una volta, come la terra sia, assieme al turismo, l’elemento su cui puntare per giungere ad una effettiva rinascita del Sud. Positiva anche la produttività dei business vitivinicoli ed olivicoli, nonché quella delle colture legnose, che al nord risulta del tutto stagnante. 

Lo stabilimento Fiat di San Nicola di Melfi

Sofferente resta il settore secondario inficiato dalle politiche suicide di certe aziende (La Fiat a Termini Imerese, San Nicola di Melfi, Pomigliano d’Arco, Fincantieri a Castellammare di Stabia e Alenia ad Acerra, solo per ricordare gli ultimi urgenti casi di emergenza lavoro). Permangono livelli produttivi, occupazionali ed investimenti da de-industrializzazione. Una vera e propria politica di spoliazione cominciata 150 anni fa che vede come ultima causa di tale situazione la cessazione, avvenuta nel 2009, degli incentivi erogati al comparto suddetto. 

Tiepida la ripresa complessiva nei servizi e nel terziario, nonostante siano positivi i dati riguardanti il commercio nonché comunicazioni e trasporti segno che il ruolo geostrategico del Sud (al centro del Mediterraneo) è un vantaggio e che se fosse sfruttato a dovere potrebbe contribuire a garantire nuove opportunità di sviluppo. Con riguardo a questi ultimi, la Svimez sottolinea un buon livello di infrastrutturazione territoriale complessivo (rete stradale, autostradale, strade ferrate elettrificate, porti marittimi e scali aerei) ma denuncia la mancata valorizzazione, elemento che costituisce uno dei fattori per lo sviluppo ed il rilancio logistico-distributivo del meridione nell’ambito di un’economia mediterranea internazionale. Criticità ed ostacolo alla realizzazione di tale possibilità risiederebbe nella mancanza di integrazione tra i numerosi poli esistenti e che sarebbe da superare attraverso la creazione di collegamenti intermodali strategici adeguati. 


Il meridione è virtuoso nel campo energetico: contrariamente ad un profilo nazionale fortemente dipendente dall’import di combustibili fossili, esso produce più energia di quanta ne consuma (in testa Puglia e Calabria). La quota di energia rinnovabile prodotta nel mezzogiorno a partire da fonti solari, eoliche, biomasse e biogas ammonta al 64% del totale nazionale; da sottolineare che essa salga al 98% se si prende in considerazione la sola energia eolica. Importante evidenziare come l’investimento in tali settori sia necessario non solo per incrementare l’indipendenza energetica del nostro paese, ma anche per sbloccare il mercato dell’occupazione: si stima che al 2020 verranno creati 67mila posti di lavoro nell’eolico, di cui 47mila solo al sud. Ulteriore punto di forza nel campo delle “green energies” sarebbero le risorse geotermiche, ancora non del tutto sfruttate, e che abbonderebbero in un’enorme area “off shore” che si estende lungo le coste coste Tirreniche dalla Campania alle Isole Eolie. 

Aree particolari, queste ultime, anche nel campo del turismo: nonostante le flessioni negative dovute all’emergenza dei rifiuti a Napoli (2008), “la Campania rimane la regione leader del turismo meridionale”, seguita da Puglia e Calabria. La Svimez sottolinea l’importanza di questo comparto suggerendo “l’elaborazione di una strategia unitaria che faccia riferimento al Sud nella sua dimensione di macro-area e non solo a singole Regioni […] al fine di “concepire e progettare politiche comuni che possano promuovere e sostenere l’espansione della domanda[…]”. In sostanza si propone tra le righe, da un lato, di ripensare il sistema regionale (anche alla luce delle enormi inefficienze da esse manifestate) e, dall’altro, a ritornare a considerare il Sud non come una terra da sfruttare popolata da entità culturali distinte bensì come una macro area unitaria (leggasi Due Sicilie) dalle molteplici possibilità di sviluppo. 

Anche stavolta il potenziamento infrastrutturale sostenibile rimane, secondo la Svimez, l’unica risposta valida per il rilancio; in primis al fine di stimolare la promozione turistica di tutta l’area meridionale, e, ragione ancora più importante, per imprimere un consistente impulso alla sua complessa economia.

Dafne Duval