Periodico di attualità, politica e cultura meridionalista
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lunedì 20 agosto 2012

L'EDITORIALE/ Monti fa l'ottimista e non vede l'autunno caldo


CASERTA - Monti intravede la fine della crisi. O è un estremo ottimista oppure un inguaribile bugiardo. Propendo per la seconda ipotesi. Il pinocchietto Monti continua a sbandierare a destra e a manca che tutto va bene. Ci ricorda qualcuno. Ci ricorda quel Berlusconi ultima maniera che si faceva in quattro ogni dì per sostenere che la crisi, tutto sommato, non stava toccando gli italiani e che i ristoranti (poveri ristoratori che faranno la felicità di politici ed economisti solo quando chiuderanno per mancanza di clientela!) erano sempre pieni. Monti fa di più, perché all’ottimismo berlusconiano poco adatto ad un tecnico, aggiunge quella punta di dico e poi smentisco che ha fatto la rovina del politico. Così già a marzo e a giugno aveva intravisto la fine della crisi, salvo poi ad aprile e luglio mazzolare ben bene, gli italiani con tasse, gabelle e questionari dell’Agenzia delle Entrate e dell’Equitalia. Il tutto con la scusa del precipizio che si allarga giorno dopo giorno. Circostanza che ci fa credere che questo autunno sarà veramente “caldo” come la Fornero, profetica pur senza lacrime, ha annunciato. Sono almeno tre i fronti che renderanno caldissimo l’autunno. In primo luogo dalla prosecuzione della folle politica del tassa e non spendi che sta uccidendo, quello che resta, delle piccole e medie imprese, le quali costituiscono l’ossatura portante dell’apparato produttivo di questo sgangherato paese. In secondo piano c’è il declino dell’euro e il continuo manifestarsi della inefficienza della burocrazia di Bruxelles. Non ci sono state aperture alla Grecia e alla Spagna, il cui stato comatoso è ormai evidente nonostante tutto l’impegno di Samaras e Rajoy per dimostrare la vitalità eurofila dei due paesi, e la Germania, complici Olanda e Finlandia, ha praticamente mandato a monte la partita del Meccanismo di salvaguardia Europea (Deo gratias), l’unico strumenti che la geniale mente dei grigi di Bruxelles era riuscito a farsi venire in mente per “salvare” gli Stati in difficoltà. L’uscita dalla Grecia dall’euro è tecnicamente possibile. Lo ha detto il responsabile dell’eurogruppo Junker. I giornali finlandesi hanno parlato di un piano già pronto per accompagnare i greci alla porta, stessa cosa che fece la stampa tedesca qualche mese fa. Piani segreti e smentite che non riescono a nascondere la dura realtà dei fatti. Terzo elemento è quello, molto sottovalutato, della fame che avanza nel Sud del mondo. Il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha lanciato l’appello alle plutocrazie (poco) democratiche di tutto il mondo, dal Canada alla Cina, dal G8 al G20, tutti insieme per risolvere il problema delle carestie che sta affliggendo i Sud del mondo. A causa delle anomalie temporali, ma soprattutto per via di poco accorte scelte di politiche di sviluppo e di sostegno al cosiddetto Terzo Mondo, sempre più paesi corrono il rischio di ritrovarsi con le coltivazioni distrutte. L’estate 2012 è la più arida degli ultimi dieci anni e i danni rischiano di diventare incalcolabili. Obama ha lanciato l’allarme non per spirito umanitario ma perché gli Stati Uniti sono coinvolti in prima linea nel dramma della carestie. Numerosi stati americani rishciano di vedere annullata la propria capacità produttiva. Questo porterà ad un aumento alle stelle dei beni di prima necessità. Il “Terzo mondo” sarà ancora più povero e affamato e quella migrazione dei popoli, ripresa con il primo sbarco di 400 migranti a Lampedusa, rischia di riprendere con maggiore forza. A queste tre grandi problematiche, e all’incapacità delle classi dirigenti mondiali di risolverle, si aggiungono le previsioni autunnali sui “piccoli problemi”, dalla benzina in aumento alla crisi siriana, dall’Ilva ai conflitti religiosi ed etnici, che contribuiranno a destabilizzare il quadro. Insomma, l’autunno caldo è alle porte, meno male che c’è Monti l’ottimista.

ROBERTO DELLA ROCCA


domenica 15 luglio 2012

L'EDITORIALE/ Il ritorno di Silvio. Ovvero l'inconsistenza dell'essere (e delle idee)

Goodbye Silvio!

ROMA – Tremate, tremate, il cavaliere è tornato e gli inizi di questa nuova discesa in campo non sono incoraggianti, anzi. Ci piaceva poco il Berlusconi del novembre scorso, giunto al punto minimo di credibilità e potere. Ci piace ancora meno quello che, in una calda notte di luglio, ha deciso di rompere gli indugi e candidarsi nuovamente alla presidenza del Consiglio. Ci piace di meno perché la nuova discesa in campo ha messo in luce tutta la fragilità dell’uomo e della politica che incarna e ha incarnato. In ansia di ricostruirsi una verginità da vestale sacrificale ha buttato nel tritacarne dei media il suo passato sconfessando pubblicamente igieniste mentali e sciacquette varie. Caso esemplare è quello della ormai mitica Nicole Minetti, ex ballerina di prima fila a Colorado (trasmissione comica di Italia 1) più volte indicata come igienista mentale del Cav finita direttamente al Pirellone tra i banchi del consiglio regionale grazie alla “spintarella” del Presidente del Consiglio. La Minetti è sempre stata difesa. Brava ragazza, brava consigliera, solo chiacchiericcio. Queste le cose che erano state dette in passato. Adesso che il leader è tornato in campo e vuole ricostruire la sua verginità la Minetti è stata messa da parte costretta alle dimissioni. Una scelta che fa discutere, quella del partito perché smentisce mesi e mesi di difese d’ufficio ai limiti del ridicolo. Un nuovo impegno politico che prende le mosse da un voltafaccia di questo genere non è incoraggiante. Le reazioni all’annuncio della nuova discesa in campo sono piuttosto fredde tra gli stessi elettori del centrodestra, circostanza che non fa presagire nulla di positivo per il futuro. Stupisce la mancanza di opportunità. La stessa ricerca di una nuova verginità e, soprattutto, la scelta di continuare a sostenere il Governo Monti, pesano sul gradimento del premier. A rendere ancora meno credibile la seconda discesa in campo del Cavaliere (discesa “low profile”) è la motivazione. Nel 1994 Silvio Berlusconi annunciò il suo impegno politico con l’intento di salvare l’Italia dalle politiche della sinistra post comunista. Nel 2012 Silvio Berlusconi ha annunciato il nuovo impegno con l’intento di salvare un partito, il Popolo della Libertà, e la domanda spontanea è una sola: votereste una persona che si candida con l’intento di salvare un partito senza pensare ai problemi reali dell’economia, del lavoro e del popolo? Per me la risposta è abbastanza chiara.

ROBERTO DELLA ROCCA


domenica 8 luglio 2012

L'EDITORIALE/ Monti mani di forbice rasa a 0 (l'elettorato di) Bersani


NAPOLI – L’autunno sarà caldo, più caldo dell’estate di Caronte, Minosse e Lucifero messi insieme. A volerlo è il Governo guidato da Mario Monti che avrebbe potuto fare una scelta chiara, di rottura, e scontentare quei poteri forti che sono la vera causa della grande crisi che ci sta affliggendo da almeno 5 anni. Invece Monti mani di forbice ha scelto di non scontentare i grandi potentati dell’economia e della finanza ma anche della cultura nazionale scegliendo di colpire, e forte, sui cittadini, come sempre ha fatto negli ultimi 7 mesi. Parliamoci chiaro, a scanso di equivoci, il decreto approvato dal Governo contiene alcuni elementi positivi (come il taglio al 50% delle auto blu) ma per la maggior parte dei contenuti è soltanto una straordinaria presa in giro. L’ennesima perpetuata alla faccia dei cittadini che, secondo il Corriere della Sera, per il 70% sono contenti dei provvedimenti adottati. Chi è causa del suo mal pianga se stesso, verrebbe da dire ma mi rifiuto di credere che chi abita in questa penisola sia davvero così cieco da non vedere e preferisco pensare ad un colpo di sole del sondaggista. Al di là del consenso le prese in giro sono troppo macroscopiche per tacere. Non vengono toccati i privilegi della politica. Non si è speso mezzo rigo sul finanziamento pubblico ai partiti nonostante le truffe che da 40 anni si mettono a segno ai danni degli elettori e dei cittadini. Non si sono colpiti gli sprechi nelle università e quelli della sanità preferendo non toccare i baronati universitari e lasciando alle Regioni il compito di decidere sulla seconda materia. E proprio questa decisione costituisce, assieme ai provvedimenti sulla giustizia e a quelli adottati per il settore militare, la più grande presa in giro possibile. Le Regioni sono la fonte di ogni spreco di questa repubblica. Basta guardare il grafico del debito per capirlo. A partire dal 1970, anno di istituzione delle Regioni, la spesa pubblica è lievitata fino agli aumenti degli ultimi decenni a seguito del rafforzamento dei poteri delle amministrazioni locali a danno dello stato. Al becero centralismo storicamente attribuibile alla concezione franco – piemontese dello Stato, si è sostituito un federalismo dei ricorsi e della confusione consacrato con la riforma del titolo V adottata nel 2000 dal centrosinistra di Giuliano Amato alla ricerca disperata del consenso “leghista”. Le Regioni, oggi come oggi, sono il vero cancro della spesa pubblica, organi auto referenziati e potenti che non toccheranno mai la sanità, fonte di sprechi e di disservizi, di tangenti e clientele, al Nord come al Sud. Per quanto riguarda la giustizia è macroscopica la bestialità voluta da Monti e dalla Severino. Hanno tagliato 37 tribunali “minori” come Lamezia Terme che è impegnato in prima fila nella lotta alle n’drine infischiandosene di garantire la giustizia soprattutto al Sud provocando la durissima reazione dei vescovi Calabresi, gli unici che hanno avuto il coraggio di denunciare mentre la politica calabrese è rimasta in silenzio. E mentre si nega la giustizia in nome del risparmio il Ministro Severino ha arruolato due nuovi Sottosegretari con relative spese aggiunte, alla faccia degli sprechi. Ultimo “giro di vite” Monti mani di forbice lo ha fatto sulla difesa. Anche qui una pura e semplice presa in giro. Si loda il risparmio di 110 milioni di euro (100 milioni di armamenti e 10 alle missioni militari) che rischia di far trovare senza mezzi adeguati i soldati italiani impegnati all’estero ma si conferma l’acquisto di 93 bombardieri F -35 a decollo verticale che serviranno a riempire il ponte di volo della portaerei Cavour. Il tutto per la modica cifra di 12 miliardi di euro. La tanto attesa spending review si è rivelato il solito clistere ma i danni collaterali del provvedimento montiano potrebbero essere enormi. Ad essere colpiti per la prima volta, in modo durissimo, sono i dipendenti statali a cui non viene più riconosciuto lo status privilegiato assegnatogli da 70 anni di politiche stataliste. Nel 2012 si ritrovano senza un posto e uno stipendio da considerare fisso. La mobilità del settore pubblico diventa realtà, nel peggiore momento possibile. Monti mani di forbice con questo decreto rapa a zero Bersani e il Partito Democratico che riceveva numerosi consensi proprio dal settore dei lavoratori pubblici. C’ è da scommetterci che l’autunno sarà caldo tra proteste, scioperi e, soprattutto, dalle incertezze politiche del Pd che potrebbero mettere a rischio gli ultimi mesi di una legislatura da dimenticare.

ROBERTO DELLA ROCCA

sabato 30 giugno 2012

L'EDITORIALE/ La "vittoria" di Monti che sembra tanto un cetriolo!


BRUXELLES – Attenti al cetriolo europeo che da Bruxelles sta per caderci sulla testa (se saremo fortunati). Alla folla gaudente, inebriata dalla doppietta di Mario Balotelli, che si è subito spesa in te deum per San Mario Monti da Bruxelles, chiedo cinque minuti per un ragionamento semplice semplice. Il Premier ha fatto le barricate, insieme all’omologo spagnolo, per mettere con le spalle al muro Angela Merkel palesemente innervosita dalla doppietta che ha buttato fuori dall’Europeo la sua Germania. Gioco deludente, forza sprecata davanti la porta, nessuna fantasia, terreno di gioco instabile, avversari discreti questi i motivi dell’insuccesso germanico in Polonia. Tutt’altra la musica che è risuonata al vertice europeo che si è trascinato fino alle 4:30 di mattina quando, un euforico Mario Monti ha suonato il canto della vittoria accreditandosi dentro e fuori i confini nazionali come l’Anti Merkel, ruolo che piacerebbe a molti leader europei. In realtà la tanto decantata vittoria di Monti altro non è che un cachet dato ad un malato terminale e basta osservare la dichiarazione di buone intenzioni stilata nella notte di Bruxelles. La Merkel non voleva gli eurobond, e gli eurobond non si faranno. Uno a 0 per Angela. La Merkel voleva mettere al sicuro le banche, prima di tutte la Deutsche Bank alle prese con il debito greco. Monti ha annunciato, felicissimo (e si può immaginare per quale motivo), del piano di ricapitalizzazione delle banche a rischio. Due a 0 per Angela. Non contenta la Merkel ha segnato due punti facendo approvare la trasformazione del fondo salva stati in embrionale istituto di credito, per la serie le banche che dominano. Quattro a 0 per la Germania. Capolavoro tedesco durante la notte del vertice. Non si è spesa una parola di pietà per la Grecia. Profittando dell’assenza di Samaras e del suo ministro dell’Economia per motivi di salute, l’Europa ha pensato bene di mettere dietro la lavagna il rappresentante del governo di Atene. Non si conosce il destino di un pezzo d’Europa (che diamo già per segnato intendendo l’uscita della Grecia dall’euro se non dall’Ue). Cinque a zero per la Merkel. E allora, la vittoria di Monti dov’è? Dimenticavo lo scudo anti spread, grande idea del Presidente del Consiglio italiano che su assist di Manuel Rajoy, come una ballerina di tip tap, si è issato sulle punte e ha pestato i piedi fino a quando Angelona non ha firmato la resa. Risultato finale 5 a 1 per la Germania. Da luglio esisterà un non meglio identificato scudo anti spread a cui gli stati potranno ricorrere. Attenzione, però. Per ricorrere al salva spread lo stato dovrà avere i conti in regola e il pareggio di bilancio in linea con l’Austerity prussiana.  Non a caso la prima dichiarazione di Monti nel day after è stata: “L’Italia non ricorrerà allo scudo anti spread”. Avrebbe dovuto dire “L’Italia non può ricorrere allo scudo anti – spread” ma sarebbe sembrato un autogol al 92° minuto. 

ROBERTO DELLA ROCCA

martedì 19 giugno 2012

L'EDITORIALE/ Quel voto che non vogliono leggere in modo corretto


ATENE - Sostenere che l'Europa è salva perchè i greci hanno responsabilmente scelto di restare nell'euro è una doppia falsità. Il voto di domenica non era un referendum pro e contro l'euro ma la scelta politica per decidere chi dovesse governare il Paese. Spacciare la vittoria numerica di Nuova Democrazia come l'arrivo del bengodi e della tranquillità economica e sociale è un'altra falsità. Lo dicono i numeri. Nuova Democrazia ottiene il 29,6% dei consensi a fronte del secondo partito fermo al 26,5% di Syriza, la coalizione delle sinistre erroneamente definite radicali. Nuova Democrazia ottiene la maggioranza dei deputati grazie al supporto imprescindibile del Pasok, il partito socialista, la sinistra greca per eccellenza, che negli ultimi 40 anni ha conteso proprio alla destra di ND, il controllo del Governo. Il Pasok è un partito ormai morto, una sorta di Popolo delle Libertà ellenico. Aveva stravinto le elezioni sotto la guida di George Papandreou nel 2009 ottenendo il 43% dei consensi e oltre 170 deputati. Oggi il Pasok è l'ombra di sè stesso con l'11% e meno di 40 seggi in Parlamento. Eppure quel partito fallito sosterrà il Governa della destra di Antonio Samaras che vuole, a tutti i costi, rispettare gli impegni con l'Unione Europea. Non potrebbe fare altrimenti visto che la Merkel, appena arrivata al G20 ha subito messo le cose in chiaro: nessuna revisione al ribasso delle misure di austerity per la Grecia. Il che si traduce in altre lacrime e sangue per il piccolo paese dei Balcani. Ma torniamo proprio ad Atene dove una informazione fasulla ci ha fatto sapere che i greci hanno scelto l'euro e l'Europa. Le forze combinate di Nuova Democrazia e Pasok danno un risultato del 41% mentre le forze anti euro, rappresentate da Syriza (al 26,5%), dalla destra conservatrice (al 7,5%), da Alba Dorata (che rientra in parlamento con il 7% dei voti), dal partito stalinista (5%) sono al 47%. Ovviamente è impensabile che si ritrovino a governare insieme stalinisti e Syriza o neonazisti e conservatori ma è indicativo che la maggior parte dei greci non considera credibile la ricetta dell'austerità proposta da Berlino e avallata dal nuovo Premier in pectore Samaras il quale dovrà riuscire, nel giro di pochissime settimane,  svolgere un lavoro impossibile. Agli inizi di luglio le casse greche saranno vuote e per essere rimpinguate dalla Bce dovrà approvare una serie di riforme micidiali per il popolo e per i poteri forti che hanno governato la Grecia negli ultimi 30 anni e hanno controllato, come burattinai, proprio Pasok e Nuova Democrazia. In pratica i responsabili del disastro dovrebbero risolvere il problema. Non ci riusciranno. I mercati lo sanno e, non a caso, nel lunedì post voto, tutte le borse sono cadute mentre lo spread è risalito a 460. Noi ce ne accorgeremo nel giro di 4 mesi. L'estate sarà calda ma si annuncia un autunno rovente per la Grecia e per l'Europa. 

ROBERTO DELLA ROCCA

giovedì 14 giugno 2012

L'EDITORIALE/ In arrivo il "Fallimonti!". Ecco perchè, nonostante tutto siamo soddisfatti


CASERTA - Il Governo Monti è arrivato al capolinea. Potrà anche sopravvivere alle raffiche di votazioni Parlamentari ma politicamente (o forse sarebbe più corretto dire tecnicamente) stiamo parlando di una esperienza fallimentare. A questo argomento abbiamo deciso di dedicare l'apertura del prossimo numero del Giornale del Sud, proprio per dare voce all'opposizione crescente a questo Governo e alla fallimentare gestione politica dell'esperienza Monti. Nonostante questo come direttore responsabile di questo giornale non posso, in questo momento, non rallegrarmi per l'attenzione che viene dedicata alla nostra iniziativa editoriale. Da un lato l'apprezzamento dei lettori, giunti ormai alle 20mila presenze sul nostro blog, dall'altro lato l'interesse degli altri soggetti dell'informazione. Il nuovo numero è stato presentato in anteprima su Italiamia dove ho avuto il piacere di essere ospite del giornalista Gaetano Buonomo con il quale abbiamo avuto modo di parlare del nostro amato Sud, e avrò l'occasione di confrontarmi con il Direttore di Calabria Ora Piero Sansonetti (già alla direzione di Liberazione) sugli stessi argomenti a Vibo Valentia il 22 giugno. Non è cosa da poco. Questi interessanti sviluppi accompagnano il lavoro costante che svolgiamo a contatto con la dura realtà quotidiana. E' partito, mercoledì 13 giugno, il primo stage di giornalismo che il Giornale del Sud ha organizzato con il Centro Studi e Alta Formazione dei Maestri del Lavoro d'Italia (con il patrocinio morale dell'Ordine dei Giornalisti della Campania e della Federazione Nazionale della Stampa) e che vede coinvolti una decina di alunni del Liceo Manzoni di Caserta, intenzionati a conoscere il mondo del giornalismo. Una opportunità in più per i giovani di avvicinarsi alla professione giornalistica. Questi successi mi consolano e fanno felice l'intero gruppo di lavoro de il Giornale del Sud che ha raggiunto l'obiettivo di fare una corretta informazione. Gli apprezzamenti dei meridionali liberi ci spinge a migliorarci sempre di più ed è per questo motivo che non soltanto il Giornale del Sud rinnova il cartaceo, aumentando le pagine con una nuova grafica e un nuovo formato che starà ai lettori giudicare, ma è pronto ad abbandonare la formula del blog per approdare alla nascita di un vero e proprio sito di informazione (www.ilgiornaledelsud.net) che, quotidianamente, offrirà ai propri lettori tutte le informazioni sul nostro Sud. Non riceverete più le notizie attraverso la mailing list (che resterà attiva per comunicare gli eventi organizzati o che coinvolgono la testata) ma potrete collegarvi direttamente al sito per essere aggiornati sul tutto quello che succede. Siamo davanti ad una svolta epocale. Restate con noi.

ROBERTO DELLA ROCCA

mercoledì 30 maggio 2012

L'EDITORIALE/ Lasciate il carro armato al bimbo Napolenin

Il bimbo gioca felice col suo carro

ROMA – Non siate crudeli. Togliere a Napolenin la sua paratella militare è come togliere ad un bambino il suo giocattolo preferito. A questo siamo ridotti, a invocare pietà per il compagno Napolenin che, fin dai tempi dell’Ungheria ai carri armati proprio non sa rinunciare. Dopo il doppio terremoto che nel giro di dieci giorni ha sconquassato l’Emilia Romagna da numerosi cittadini più (come Nichi Vendola) e meno illustri, sono cominciati ad arrivare alcuni consigli non richiesti alle istituzioni. Due su tutti quelli più sensati. Il primo riguarda la tranche di rimborsi elettorali che i partiti incasseranno a luglio. Si tratta di 100 milioni di euro che potrebbero essere dirottati a sostegno delle popolazioni colpite dal sisma. Mica robetta da ridere. La seconda interessa l’ormai imminente marcetta nazional - popolare prevista nella capitale il 2 giugno, giorno in cui si commemora la fondazione di una sgangherata repubblica a cui possiamo attribuire l’unico incontestabile merito di aver posto fine al dominio della ridicola dinastia Carignano. Annullare la parata conviene. Stiamo parlando di “soli” 2-3 milioni di euro che, di questi tempi fanno comodo. La domanda popolare arrivata dal web, che è sempre più mezzo di creazione e veicolo di opinione e consenso (elemento non trascurabile), è rimasta inascoltata, come prevedibile, proprio dalle istituzioni di questa sgangherata repubblica delle banane. I partiti non si sono fatti minimamente sfiorare l’idea di rinunciare al malloppo e il Grande Capo, Giorgio Napolitano per gli amici Napolenin, non è intenzionato a rinunciare alla sfilata in grande stile lungo via dell’Impero. La scenografia è già pronta. I Vigili del Fuoco srotoleranno il maxi rotolone regina tricolorato sul Colosseo per esser ammirato e adorato da tutto il popolo festante. A quel punto, al suono dell’inno di Mameli, partirà la marcia di uomini e carri che, lungo via dell’Impero, sfileranno sotto gli occhi di Napolitano, del Governo e dei diplomatici di tutto il mondo che poi saranno ospiti del Quirinale per il pranzo. Tutto pagato dai contribuenti. Tutto finirà con l’uscita di scena del gran capo sulla sua Lancia Flaminia (modello unico al mondo) scortato dal ministro della Difesa e dagli inutili, retorici e ridondanti corazzieri tirati a lucido. Fanti, cavalli, carri, artiglieria e poi tutti col naso all’insù per il passaggio delle frecce tricolori. Come vivere senza le frecce tricolori? E mentre Roma applaude gli emiliani dormono all’aperto e convivono con la paura così come, da anni, il Sud muore tra l’inedia e l’inerzia della politica politicante sempre più compromessa e corrotta. Napolenin non voleva dimostrarsi insensibile. Saranno celebrazioni sotto tono. Scusi, signor Presidente, che significa sottotono? Non si sa ancora. Attendiamo per scoprirlo e nel frattempo invitiamo alla comprensione. Lasciate a Napolenin il suo giocattolo, che sia felice almeno lui. Il resto del paese resti tra le macerie materiali e, soprattutto, morali a cui è condannato.

ROBERTO DELLA ROCCA

P.S. 
Finalmente è arrivato un chiarimento su cosa si intende per "sottotono". Ci saranno solo i fanti. I cavalli, i carri e gli aerei resteranno nelle stalle, nei depositi e negli hangar. Confermato invece il maxi ricevimento nei Giardini del Quirinale per 2000 persone che si svolgerà nel pomeriggio. Viva l'Ita(g)lia!

venerdì 11 maggio 2012

L'EDITORIALE/ Rassegnamoci: il vero problema sono le preferenze!

La vignetta è tratta dal sito www.vogliovivere.org


NAPOLI – E anche questa è fatta. Le elezioni amministrative sono alle spalle e, eccezion fatta per Gaeta, dove solo tra 15 giorni sapremo il destino del Sindaco uscente Antonio Raimondi (definito dai suoi sostenitori il primo sindaco meridionalista d’Italia), è già possibile delineare una analisi molto chiara che vada al di là dei numeri. I dati che mi interessano maggiormente sono quelli che riguardano il Sud dove si è votato di più e, se mi è concesso, dove si è votato peggio. Non solo le liste e i candidati meridionalisti non hanno ottenuto spazi pratici significativi ma perfino l’elemento di maggiore novità in questo momento sul panorama politico italiano, il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo, non ha ottenuto che percentuali basse rispetto ai successi riscossi al centro nord. Eppure il malcontento è più forte al Sud solo che al di qua del Tronto è nascosto sotto un cumulo enorme di macerie e cenere. La cenere dell’illegalità e del voto di scambio innanzitutto che mi porta a proporre un solo tema che credo, a questo punto, sia ineludibile: quello delle preferenze. Tralascio tutte le analisi che già avete potuto leggere sul nostro sito sull’affermazione del 5 Stelle e sulla crisi della politica e dello Stato e vado dritto al punto. Negli ultimi anni molti si sono scandalizzati del cosiddetto porcellum. Si sono affrettati a denunciare l’illegalità del Parlamento attualmente eletto perché, a loro avviso, non è stato scelto da nessuno se non dai Segretari dei partiti. La conclusione è stata la continua invocazione di un ritorno al sistema delle preferenze così come regolato alle elezioni amministrative. Tutto questo può essere vero, in linea teorica, e può considerarsi valido. Un sistema elettorale efficiente dovrebbe contemplare la possibilità di scegliere il proprio candidato ma vale la pena essere realisti e non fare finta di vivere nel migliore dei mondi possibili. Tutti sanno che alle elezioni amministrative, ogni singolo candidato, ben prima della chiusura delle urne sa quanti voti prenderà. Ovviamente il calcolo lo fa solo chi ha un interesse vero all’elezione e vuole controllare chi è stato fedele e chi no. Anche in vista dei “favori” da rendere. In fin dei conti è semplice. Basta sapere dove abita il tuo potenziale elettore il che equivale a sapere in che sezione vota. I candidati non si accontentano di questo. Se un candidato ha 8 persone che devono dargli il voto alla sezione 3 (esempio), come si fa a sapere chi è venuto meno dal voto? I più furbi assegnano l’ordine di scrittura del nome del candidato. Esempio pratico. Il candidato Antonio Rossi si aspetta 8 voti nella sezione 3. Gli 8 voti vengono da due famiglie diverse. Dirà ad una famiglia di scrivere solo Rossi. Dirà alla seconda famiglia di scrivere Antonio Rossi. Se gli otto voti vengono da persone diverse l’una dall’altra senza legami tra loro, potrebbe farsi votare solo Rossi oppure far scrivere sulla scheda il suo nome in diverse combinazioni come Antonio Rossi, Rossi Antonio, ROSSI (tutto maiuscolo), Rossi A., A. Rossi, ANTONIO ROSSI (sempre tutto maiuscolo) e A. ROSSI. Le varianti possibili sono ancora altre. Tanto a controllare ci sono i rappresentanti di lista, che rappresentano le esigenze delle liste e dei candidati nelle liste, mai quelle dei cittadini elettori. I meno accorti si “accontenterebbero” della prova fotografica che è sempre rischiosa e sanzionata gravemente dalla legge. I meno interessati si accontentano della parola data. La prova che sganciarsi dai poteri forti elettorali è impossibile è data proprio dai risultati elettorali di queste amministrative. I candidati sindaci indipendenti, meridionalisti e grillini nella fattispecie, hanno preso più voti della propria lista. Agostino Abbaticchio a Bitonto ha preso 307 voti contro i 134 della sua lista. Forse il candidato consigliere Mimmo Marazia (nomino lui perché lo conosco personalmente e so quanto buone sono le sue intenzioni) è da ritenersi meno fedele alla causa della lista “duo siciliana” rispetto al suo candidato sindaco? Non è così. Ma il candidato Marazia non può ottenere il massimo possibile del suo consenso perché molti suoi conoscenti sono legati a consiglieri e assessori già eletti. Persone “potenti” in grado di fare favori. Dal posto di lavoro al certificato comunale di residenza. Ogni tipo di favore ti lega ad una persona e ti impedisce, in sostanza, di esprimere un voto di coscienza. Il candidato Aldo Vella a San Giorgio a Cremano ha preso 666 voti come candidato sindaco. La sua lista ne ha ottenuti meno della metà, solo 312. Stesso discorso vale per i candidati del movimento 5 Stelle che al centro Nord hanno preso percentuali elevate, dall’otto al 20% mentre al centro Sud sono rimasti sotto la soglia del 4%, tranne a Lecce e Palermo. Senza considerare che il partito del voto di scambio neutralizza anche il partito del non voto molto più vuoto rispetto al nord. Al Sud si è votato mediamente tra l’8 e il 10% in più che nel resto della penisola e a Sud i partiti più votati sono stati Pd e Pdl in controtendenza rispetto al resto del paese. Insomma questo voto più che letto va ascoltato e il grido di questo voto è chiaro. Il Sud non riesce a liberarsi del malaffare e dal malgoverno. Non è questione di volontà è questione di possibilità. Se viene meno il sostegno del “potente” di turno pare che il mondo possa crollare. Solo eliminando la preferenza si può sperare di liberare il voto (l’alternativa sarebbe di tenere la preferenza ma di “mischiare le carte”, vale a dire portare tutte le urne elettorali in prefettura e scrutinare tutte le schede mischiando le sezioni, in modo da avere, allo scrutinio una maxi sezione comprendente tutte le sezioni rendendo così impossibile l’identificazione del voto). Solo annullando il partito del voto di scambio si può favorire anche a Sud, il cambiamento e la protesta elettorale. Si può essere delusi dalla mancanza di coraggio, ma non si può non capire che questa battaglia è fondamentale per le battaglie del futuro.

ROBERTO DELLA ROCCA

sabato 21 aprile 2012

L'EDITORIALE/ Beppe Grillo ha già vinto le elezioni





CASERTA - Mancano 15 giorni alle elezioni amministrative e c'è già un vincitore: Beppe Grillo. Possibili sviluppi e scenari nazionali e meridionalisti analizzati dal Direttore Responsabile de "il Giornale del Sud".

venerdì 13 aprile 2012

L'EDITORIALE/ Caro Napolitano tieniti l'Ita(g)lia, noi ci teniamo i nostri soldi!


CASERTA - Sarò onesto per l'occasione. Ci avevo già pensato e come me tanti ci avevano pensato ma ieri il Presidente della Repubblica Giorgio I Napolitano ci ha fornito un assist e ha perso l'occasione di stare zitto (e dobbiamo riconoscere che nell'ultimo anno di occasioni di questo tipo ne ha perse parecchie). Roma. Stati Generali del volontariato e della Protezione Civile. Tutte le autorità tirate a lucido, qualcuna uscita fuori dagli armadi del Quirinale ancora col tanfo di naftalina. Presente anche il Presidente del Consiglio San Mario Monti, Santo patrono di tutte le banche, che ha scherzato con i volontari dicendo che lui è un volontario chiamato a mettere in sicurezza il Paese (a 25.000 euro al mese, lo stipendio da Senatore). E a proposito di sicurezza economica dell'Ita(g)lia e degli ita(g)liani aveva appena approvato l'ultima tassa, sulla benzina. Cinque centesimi su ogni litro che finiranno nelle casse della Protezione Civile, o almeno questo è l'auspicio. Ma il più tragicomico, come dicevamo è stato Sua Maestà Giorgio I, che dall'alto del solito pulpito ha sentenziato: "L'Italia della speculazione edilizia e dell'evasione fiscale, comportamenti devianti per quanto diffusi, non merita di essere associata alla parola Italia. Chi evade le tasse non merita di essere italiano!". Boom! L'ha sparata. Ed è pure grossa. A parte il fatto che mi viene da chiedermi, da quando in qua, essere italiano è un titolo di merito. Sorvolando su questo (neanche piccolo) argomento passerei al tema principale che è la leggerezza con cui le autorità costituite (e ricostituite) di questa Repubblica delle Banane, affrontano il tema dell'economia e delle tasse, continuando ad offendere e ad insultare la popolazione che come un buon gregge di pecore si prona e subisce (fino a quando?). Lor Signori, Giorgio I in testa e San Monti a seguire, sono gli ultimi che dovrebbero permettersi il lusso di pontificare sulla morale di chi evade. Gli ultimi perché sono i primi esponenti di quel fantastico mondo costituito dai Papponi di Stato che mangia sulle spalle della collettività pensando di risolvere le crisi finanziarie con una bella scaricata di tasse. Parole e azioni di folli, irresponsabili per giunta, perchè mentre loro parlano, dicono cose stupide, fanno cose dannose e nel frattempo insultano, i piccoli imprenditori si tolgono la vita. Ma anche i pensionati si tolgono la vita. Ma anche i giovani disoccupati si tolgono la vita. Tutte categorie di cui nè Giorgio I, dall'alto del suo trono Quirinalizio, né Mario Monti, dall'alto della sua spocchia professorale, possono saperne nulla. Entrambi a fine mese si vedono recapitare un bel bonifico dalle Casse dello Stato. Assegnino che pesa e che gli consente di arrivare molto tranquillamente alla quarta settimana (in realtà potrebbero arrivare fino alla decima con quegli stipendi!). Allora a Re Giorgio I forse va detto di pesare bene le parole che usa perchè già c'è qualcuno che italiano non si sente e ne ha le scatole piene di questo Paese ridicolo. A Monti forse bisognerebbe farglielo capire nella pratica, magari cominciando ad evadere il più possibile perchè tanto i primi parassiti sociali sono proprio loro. Loro e tutta la loro "corte romana".

ROBERTO DELLA ROCCA


mercoledì 11 aprile 2012

L'EDITORIALE/ La festa dell'orgoglio padano e il Festival dei terroni


Nel secondo videoeditoriale si parla della Festa dell'orgoglio leghista e del Terronian Festival. Cosa ne pensi? Inviaci i tuoi commenti a ilgiornaledelsud@gmail.com

sabato 7 aprile 2012

L'EDITORIALE/ La Lega "ladrona" e il Bossi dimezzato


Questo primo video-editoriale è un esperimento che speriamo possa portare ad una nuova fase di sviluppo del Giornale del Sud. Miglioreremo anche la qualità dei video certi della vostra pazienza e comprensione.


CASERTA – La Padania è entrata in Italia. E’ entrata nell’Italia peggiore, quella dei furbi, quella dei ladri. Questo è quanto emerge dalle prime dichiarazioni della magistratura che, dopo aver colpito la Regione Lombardia e il Presidente del Consiglio Regionale Davide Boni è andata dritto al cuore del partito nordista. Umberto Bossi carnefice e ladro o piuttosto vittima della sua malattia? A dirla tutto propendo per la seconda ipotesi. Dal 2003 il partito era senza guida al di là delle apparenze. La decisione della moglie del leader Manuela, di stringere attorno al capo un cerchio, poi definito magico, ha rotto qualcosa all’interno del movimento. Da buona madre di famiglia ha tutelato il ruolo di padre padrone della Lega proprio del marito innalzando una barriera, o meglio ancora un filtro attraverso cui venivano presentate le cose a Umberto. Il filtro ha dei nomi e dei cognomi, primi tra tutti Rosi Mauro, molto amica della famiglia, e poi Cota, Reguzzoni e quel Roberto Calderoli che sono ascesi ai vertici del partito e dello Stato, chi come Governatore, chi come Ministro, chi come Capogruppo alla Camera. E da quelle poltrone hanno controllato il partito, promosso funzionari e delegati rompendo la tradizionale solidità del blocco verde padano prendendo a sberle (ricambiati opportunamente) i “ribelli” come Maroni e Tosi. Le indagini ci diranno quanto di vero c’è in tutta questa storia. Certo è che l’azione protettrice dell’Imperatrice della Padania alla fine non è servita a tutelare né il marito, ormai fuori dai giochi con le dimissioni da segretario federale, né i figli. Per i figli sarebbero state spese cifre da capogiro, senza considerare la parte più delicata dell’inchiesta, quella relativa ai contatti con la ndrangheta. Il futuro adesso è incerto. La base è scossa e l’unico uomo che potrebbe salvare le cose è proprio quel tanto bistrattato Roberto Maroni, ora ai vertici in cogestione con Calderoli. Il suo gruppo ha due strade. O lanciare l’opa sul partito prima che la vicenda giudiziaria si chiarisca (cosa che sembra già in atto con la richiesta di dimissioni lanciata dai suoi uomini al bossiano segretario della federazione di Varese) oppure aspettare che le acque si calmino e vedere cosa resterà dell’Impero Padano. In entrambi i casi le cose non potranno proseguire come sono andate negli ultimi anni. Se Bossi rientrerà in scena sarà, questa volta, sotto la tutela di Maroni. Se Bossi deciderà di stare in panchina e fare il padre nobili perfino una scissione dalla Lega diventa uno scenario plausibile. Sicuramente con le sue dimissioni Bossi ha chiuso un’epoca politica e storica.

ROBERTO DELLA ROCCA

domenica 1 aprile 2012

L'EDITORIALE/ Addio Ghirelli. Ricordo quando questo napoletano autentico mi raccontò i misfatti di Scalfaro

Lo scomparso Antonio Ghirelli

CASERTA – Ho avuto il grande onore di conoscere Antonio Ghirelli nel 2009 mentre preparavo la mia tesi di laurea sulla politica estera del Governo Craxi. Chi meglio di lui che aveva accompagnato in giro per il mondo il leader socialista avrebbe potuto raccontare i retroscena e i momenti più significativi di quella storia. E infatti così fu. Dopo un breve incontro preliminare altri due appuntamenti durante i quali mi raccontò nei dettagli come funzionava la macchina governativa sotto Craxi e tanti aneddoti su quella esperienza. Mi colpirono due cose durante quegli incontri. Innanzitutto la straordinaria lucidità dell’uomo, che ricordava fin nei minimi particolari ogni aspetto di quel periodo e, sempre commosso, ricordava la figura di Pertini e Craxi, che aveva seguito al Quirinale e a Palazzo Chigi come Capoufficio stampa. L’altra cosa che trovai significativa fu che il suo studio era un vero e proprio pezzo di Napoli. Libri, quadri, stampe e statuine, tutto ricordava la sua città e credo di poter affermare con sicurezza che assieme al Calcio, Napoli e la sua storia, fossero al primo posto nel suo cuore con la politica, subito dopo gli affetti familiari. Per questo motivo l’apprendere della sua scomparsa mi intristisce molto. Se ne va un pezzo di Napoli, un pezzo importante, un pezzo positivo che ha voluto raccontare la storia e la cronaca di una capitale con genuino senso di amore e affetto. Antonio Ghirelli era nato il 10 maggio 1922 e, nei suoi racconti, gli si illuminavano gli occhi quando raccontava la bella città in cui era nato. Nonostante gli anni del Regime ha sempre amato la libertà e non ebbe mai problemi nel manifestare la sua opposizione al fascismo fino a quando nel 1942 entrò nel Partito Comunista Italiano, ancora clandestino, e divenne partigiano. Con grandissima soddisfazione raccontava del suo addio al Pci quando si rese conto, durante la rivoluzione ungherese del 1956 che la libertà non stava in Unione Sovietica ("i comunisti ci odiavano per quell'addio, se avessero potuto ci avrebbero ucciso" mi disse). Nel Partito Socialista Italiano trovò la sua naturale casa e fino alla fine si è dichiarato orgogliosamente socialista disprezzando profondamente tutti quelli che erano rimasti ciechi e sordi dinnanzi al grido di dolore dell’Ungheria. Questa separazione dal Pci lo portò ad interrompere la sua collaborazione con l’Unità e con Paese Sera. Fin da giovanissimo si era votato al giornalismo e, prima ancora come mi raccontò divertito, curava la traduzione dei fumetti ai tempi dell’occupazione americana assieme a quella che sarebbe diventata sua moglie. Come giornalista si occupò prevalentemente di sport e lasciato Paese Sera divenne impaginatore della Gazzetta dello Sport e, successivamente, fu chiamato alla direzione di TuttoSport. All’altra grande passione, la politica, si dedicava tramite collaborazioni alle testate “Sud”, “Nord e Sud” e il “Politecnico” fino a quando non divenne capo redattore del quotidiano “Repubblica d’Italia” e cominciò le collaborazioni con il Corriere della Sera e il Mondo. Fu poi Direttore de “il Globo” e dal 1966 al 1977 diresse il “Corriere dello Sport”. L’anno successivo la svolta con l’elezione alla Presidenza della Repubblica di Alessandro Pertini.
 
Antonio Ghirelli sussurra qualcosa a Sandro Pertini

Ghirelli fu chiamato poche ore dopo il discorso di insediamento del politico e subito accettò l’incarico che mai avrebbe immaginato si sarebbe concluso in modo così rapido. Tra le dichiarazioni estemporanee e non autorizzate la più celebre fu quella sulla Repubblica Pertiniana. Di questo periodo passato al Quirinale Ghirelli ricordava il momento in cui era stato chiamato a formare per la prima volta il Governo Bettino Craxi. “Si presentò al Quirinale con gli abiti delle vacanze e Pertini lo spedì a casa a cambiarsi dicendo che un Presidente doveva ricevere l’incarico con un abbigliamento consono”. Passati due anni di attività al seguito di Pertini la carriera di Ghirelli al Quirinale si interruppe a causa di un comunicato diffuso dall’ufficio stampa del Presidente sulla questione Donat Cattin. Indiscrezioni videro in Francesco Cossiga, all’epoca Ministro degli Interni, l’autore di una azione volta a favorire il terrorista Marco Donat Cattin (figlio del parlamentare Dc Carlo), Pertini voleva le dimissioni del Ministro e dal suo Ufficio Stampa partì un comunicato in tal senso. “Mi attribuii la colpa e lo feci per salvare un giovane collega perché Pertini era infuriato. Pagai per lui e ne fui contento. Poi, dopo tre anni sarebbe stato lo stesso Pertini a caldeggiare la mia nomina a capo ufficio stampa di Craxi a Palazzo Chigi”.

Il leader socialista Bettino Craxi

“Craxi era un siciliano nell’origine e nei comportamenti. A differenza di noi napoletani che siamo un po’ più "scapocchioni", da buon siciliano era concreto e ostinato, due doti che tutti gli riconobbero durante gli anni del suo Governo” mi disse Ghirelli durante la nostra intervista. Nel 1983 Craxi divenne Presidente del Consiglio e lui ottenne la guida del suo ufficio stampa. In quella veste ha conosciuto tutti gli uomini più grandi del pianeta e mi ha saputo fornire una immagine per ognuno di essi. Di Reagan mi disse che era un grande attore, straordinario sulla scena del mondo ma probabilmente manovrato da politici più autentici e capaci di lui. Gorbacev era l’interlocutore naturale, un riformatore autenticamente interessato al miglioramento delle condizioni del suo popolo. Il Generale Jaruzelski un dittatore per forza, capace di slanci di apertura non indifferenti. E poi Soares, Pinochet, Allende, Mitterand, Khol, la Tacher e gli italiani Andreotti, Cossiga, De Mita, Spadolini solo alcuni dei nomi che ha incontrato nella sua attività. Nomi che, forse, alla maggior parte dei giovani non dicono nulla ma che hanno fatto la storia mondiale degli ultimi 50 anni. La vicenda Donat Cattin non gli aveva donato più controllo. Il suo entusiasmo incontenibile riemerse al racconto dell’incontro tra Craxi e Schmidt, cancelliere tedesco. “Durante il vertice si era discusso della politica nucleare e Craxi aveva illustrato a Schmidt il progetto di denuclearizzazione dell’Europa che egli aveva proposto suscitando il consenso di Usa e Urss. Scesi in sala stampa e annunciai trionfale che il progetto stava proseguendo dimenticando che la stampa non aveva ricevuto informazioni sull’iniziativa. Alla fine dell’incontro i giornalisti chiesero spiegazioni al Presidente. Pertini mi avrebbe cacciato 100 volte – mi disse sorridendo – ma Craxi se la cavò con una battuta: Lo sapete che Antonio ha la sua politica estera. Fenomenale”. Continuò così quel rapporto fino al 1987 quando Craxi lasciò Palazzo Chigi. 


Ghirelli fino alla fine ha continuato a nutrire una spassionata fiducia nel leader socialista, un perseguitato, abbandonato a sé stesso dalla politica italiana e anche dai suoi partner europei per le aperture a Gorbacev e ai palestinesi. “E’ stato una vittima. Prendeva le tangenti come tutti – mi confessò candidamente Ghirelli – ma con quei soldi non si arricchiva come gli altri. Quei soldi erano spesi per finanziare l’opposizione alle dittature, in Nicaragua, in Argentina, in Cile, in Afghanistan e in Africa. Paesi dove Craxi era accolto con manifestazioni di giubilo che non venivano raccontate in Italia”. Adesso che è morto posso dire con franchezza quanto da lui rivelatomi in quell’incontro su Oscar Luigi Scalfaro, anche lui da poco scomparso. “Scalfaro è stato una vera e propria carogna con i socialisti. E’ stato ministro degli Interni per 4 anni nel Governo Craxi, sapeva tutto e conosceva tutti. Poi, in piena Tangentopoli parlò del Governo Craxi come di una banda di ladri, proprio lui che in quella banda occupava un posto di primo piano” sostenne Ghirelli confessandomi come la storia sarebbe stata diversa se Scalfaro fosse stato onesto. “Da Presidente della Repubblica ha bloccato il decreto Conso non tanto per fottere Craxi e i socialisti ma perché gli era arrivata da Borrelli una telefonata con una domanda ben precisa: che ne facevi dei 120 milioni che il Governo ti metteva a disposizione per la tua attività (senza comunicare le motivazioni della spesa) da Ministro dell’Interno? Lui riceveva quella somma secondo quanto stabilito dal Governo ma non ha mai giustificato l’uso che ne faceva. Bloccò il Conso perché da Milano gli arrivò l’avviso di non fare puttanate. Quello fu un errore tutto di Bettino che volle Scalfaro perché si fidava ciecamente del suo ministro ma i vertici del Psi volevano rieleggere Cossiga. Una scelta che alla fine ha rimpianto negli anni di Hammamet”

A seguito della parentesi craxiana Ghirelli continuò la sua attività di giornalista sportivo e politico e ha collaborato fino all’ultimo con le testate sportive. Nel frattempo ha portato avanti la sua attività di scrittore pubblicando decine di libri, molti dei quali dedicati alla sua Napoli come Storia di Napoli (1973), Napoli italiana (1977), Un’altra Napoli e Napoli operaia(1993) e Donna Matilde (1995). Napoli oggi piange uno dei suoi più cari figli. Mancherà ai suoi lettori e a chi lo ha conosciuto.

ROBERTO DELLA ROCCA










mercoledì 28 marzo 2012

L'EDITORIALE/ La mimosa della Principessa

S.A.R. la Principessa Beatrice di Borbone Due Sicilie (foto rinaldi)


CASERTA – Piccola premessa: il seguente editoriale è una attestazione di fede monarchica e borbonica e sono pregati di astenersi repubblicani, giacobini, savoiardi et similia. Sono da poco passate le 19.00 quando, al Belvedere di San Leucio, un gruppo di sei persone prende congedo da una distinta signora bionda diretta a Napoli. Quella distinta persona è Sua Altezza Reale la Principessa Beatrice di Borbone Due Sicilie, e tra quei sei fortunati patrioti ci sono anche io. La Principessa è reduce da una faticosa marcia forzata di quattro giorni durante i quali ha accompagnato tra Napoli e Caserta, una troupe della televisione francese France2 che sta girando un documentario sui siti Borbonici e sulle bellezze del Sud. Questa faticosa marcia di quattro giorni è stata per noi sei, fortunatissimi, una piacevole passeggiata, un onore e un piacere. Non è il primo contatto con Casa Borbone. Avevo già avuto il grandissimo onore di stringere la mano e scambiare due parole con S.A.R. il Principe Carlo, Duca di Castro (correva l’anno 2010), e pensavo di aver raggiunto il massimo degli onori possibili. Poi qualche mese dopo l’onore di fare da “scorta” alla stessa Principessa Beatrice nel corso di una visita di poche ore a San Leucio. E infine questa intensa quattro giorni. I dettagli della visita sono nella galleria fotografica in un altro post correlato. Le emozioni sono nel cuore. Qualche riflessione si impone e non posso fare a meno di esternarla.
Ciò che colpisce è toccare con mano l’amore (ricambiato) che Casa Borbone Due Sicilie nutre per la propria Patria. Non è una questione politica. E’ una questione affettiva. Un elemento già emerso durante le visite dei Duchi di Castro. L’amarezza che viene dall’analisi delle condizioni del Sud e la ricerca di ogni possibile soluzione concreta ai suoi problemi, è sempre presente in ogni momento della visita di S.A.R. la Principessa Beatrice. Non stupisce solo l’amore di Casa Borbone verso il Sud ma anche le continue, incessanti e spontanee manifestazioni d’affetto dei Popoli delle Due Sicilie verso Casa Reale. Dai funzionari della Reggia di Caserta agli abitanti della Vaccheria, dalle scolaresche in visita ai politici e amministratori locali, tutti, professionisti, impiegati, casalinghe, imprenditori, commercianti e pensionati, tutti vogliono parlare alla Principessa. Tutti vogliono vedere la Principessa. E S.A.R., dimenticandosi della stanchezza concede sorrisi e saluti a tutti, nessuno escluso.
La dimostrazione di questo rapporto di amore tra Casa Borbone e le Due Sicilie è data dalla profonda conoscenza dei problemi del territorio e dalla conoscenza dei momenti importanti. Una data su tutte ha scandito questa visita di Beatrice di Borbone, il 29 marzo, giorno in cui si svolgerà il terzo atto dell’asta pubblica del Real Sito di Carditello, luogo verso cui ogni Napoletano dovrebbe nutrire profondo rispetto, rappresentazione quanto mai viva della cattiva attuale gestione del Sud. Ebbene per S.A.R. il rammarico è uno soltanto, il non poter essere qui il 29, giorno dell’asta per conoscere in presa diretta il risultato della gara. Sapere chi ha comprato e quali saranno i destini di quella che, in un tempo neanche troppo lontano, era una fattoria modello per tutta l’Europa.
E’ stato profondamente significativo quanto ci ha raccontato S.A.R. circa due “cimeli” che conserva nelle stanze della sua casa privata. In un quadro, appeso ad una parete, un ramo di mimosa seccata. Su un tavolo un pezzo di roccia nera. La mimosa del quadro viene da una pianta del Parco di Carditello, omaggio di un simpatico e attento sorvegliante che aveva notato lo stupore di Beatrice di Borbone alla vista dell’albero abbondantemente fiorito durante una visita qualche anno addietro. La roccia è un pezzo della famosa isola Ferdinandea, o Nerita. L’isola, emersa dalle acque del Mediterraneo al largo della costa siciliana, fu al centro di dispute diplomatiche tra Inghilterra e Regno delle Due Sicilie agli inizi degli anni ’30 dell’Ottocento. Dopo qualche mese, come naturale è per un’isola vulcanica come Ferdinandea, il suolo roccioso si è sgretolato sotto la forza delle onde marine e i pezzi di roccia sono tornati sul fondo. Durante una sua visita in Sicilia, guidata da compatrioti efficienti e fidati, si è recata in mare dove sorgeva l’isola e ha ricevuto il dono appena prelevato dal mare.
E l’ultima riflessione irrinunciabile prende spunto dalla vexata quaestio della cittadinanza onoraria di Caserta. Al di là di ogni possibile disputa dinastica bisogna ragionare sul significato delle parole. La cittadinanza onoraria è un “onore” che viene concesso a pochi profondamente benemeriti. La benemerenza si acquista o per un singolo atto di valore, per l’impegno della persona o per le sue opere. Unica condizione che tutto quanto valga per la benemerenza sia strettamente connesso alla città. E’ fuori discussione che l’amministrazione comunale di Caserta abbia commesso uno scivolone nell’avviare la pratica per “premiare” il Principe Don Pedro di Borbone Spagna. Senza nulla togliere a questo esponente della famiglia spagnola dei Borbone, discendente anch’esso dai Sovrani delle Due Sicilie, va detto che Don Pedro con Caserta non c’entra nulla. Non c’entra nulla per motivi di nascita. Non ha compiuto imprese o realizzate opere che esaltino la città di Caserta in qualche modo. A dircela tutta in onestà, non è mai stato né a Napoli né a Caserta. Allora il motivo di questa cittadinanza? Nessuno. Dunque è ipotizzabile, oltre che auspicabile, che in sede di successiva analisi la proposta della giunta sia bocciata. Al suo posto, invece, è fortemente auspicabile che la cittadinanza onoraria sia concessa in maniera rapida e per meriti incontestabili a S.A.R. la Principessa Beatrice di Borbone Due Sicilie, sorella di Carlo Duca di Castro, Capo della Real Casa di Borbone Due Sicilie. La Principessa, solo negli ultimi anni, è stata presente a Caserta nel 2010, chiamata ad inaugurare la restaurata Castelluccia, nel 2011, quando ha portato in visita a Caserta e San Leucio un gruppo numeroso di imprenditori stranieri per mostrare loro le bellezze e le possibilità di sviluppo di Terra di Lavoro (questo sì che significa fare l’ambasciatrice di una città nel mondo!) e in questi quattro giorni appena trascorsi.
Lo storico francese Jean Paul Desprat, accompagnatore di S.A.R. in questo recente tour, al momento del congedo ci ha ringraziati parlando di giorni “mémorable”. Aveva ragione il Professore e sono convinto che altri giorni memorabili verranno.

ROBERTO DELLA ROCCA

P.S.
Per la serie “troppo bello per essere vero” dopo la visita di quattro giorni della Principessa Beatrice di Borbone, Caserta ospiterà (purtroppo) il Re d’Ita(g)lia Giorgio I Napolitano che celebrerà l’aereonautica militare e, nel pomeriggio, effettuerà una visita privata al Museo Campano di Capua. Come ai tempi della nobiltà nera, oggi sarà giorno di lutto. Finestre chiuse e drappi neri. Dopo la luce, il buio.

sabato 11 febbraio 2012

L'EDITORIALE/ La Grecia doveva fare come l'Italia: cancellare la democrazia! (lo dice il Corriere della Sera)


NAPOLI - Vedi alla voce D. Democrazia: 1 forma di governo che assicura l'uguaglianza e la libertà di tutti i cittadini i quali esercitano il potere direttamente o per mezzo dei rappresentanti eletti da loro stessi. 2 paese o insieme di paesi con ordinamenti democratici: le democrazie occidentali. Fin qui il dizionario. Da qui la realtà pratica, profondamente diversa dalla teoria linguistica conservata in un freddo dizionario. Quanto sta accadendo in Grecia ce lo dimostra. Come il nostro giornale aveva ampiamente anticipato e segnalato (come sempre nell'indifferenza della stampa di regime che dava per certo l'accordo tra i partiti politici ellenici) il governo dell'ex vicepresidente della Bce (voluto dal quartetto "Cetra - Ue" Sarkozy - Merkel - Draghi - Lagarde) Lucas Papademos è ormai destinato a scomparire per lasciare spazio all'agonia di un paese sconsiderato e assassinato. Sconsiderato perchè la classe politica greca ha magistralmente ritoccato i conti pubblici in più occasioni per motivi cretini, come il prestigio di ospitare le Olimpiadi (le quali non hanno poi portato la ricchezza e lo sviluppo pronosticato). Assassinato perchè il progressivo indebitamento di Atene è stato voluto e guidato dai governi di Francia e Germania ormai controllati dalle banche d'affari dei rispettivi paesi. Al debito iniziale si è sommato l'elevato interesse. Agli interessi astronomici si sono poi sommati gli aiuti comunitari, imposti da Bruxelles a costo di enormi sacrifici per il popolo greco, per ripagare gli interessi sugli interessi. Il gioco è durato poco. In meno di dieci anni la Grecia è finita nel baratro e l'Unione Europea la seguirà nella palude (finalmente!). Oggi alle notizie in arrivo da Atene, dove sono cominciati gli scioperi generali e le proteste di piazza, si è aggiunta una perla tutta italiana lanciata in pompa magna dal corrispondente del Corriere della Sera, Antonio Ferrari. Modenese noto ai più per le sue interviste ai grandi dell'est sovietico e poi del medio oriente, dopo anni passati a seguire la cronaca degli anni di piombo, oggi Ferrari trasmette i suoi interventi sul sito del Corriere della Sera sotto forma di video editoriale. L'ultimo è abbastanza sinistro ma, bisogna riconoscerlo alquanto veritiero. Analizza la crisi greca e rimprovera Papademos, fantoccio della Bce ad Atene, di aver voluto fare il democratico. Pensate un pò. Papademos ha voluto fare il democratico coinvolgendo i partiti greci (il Pasok socialista, i conservatori e il Laos nazionalista) nel Governo concedendo a destra e a manca ministeri e segretariati di stato. Invece no. Papademos, secondo Ferrari, ha sbagliato tutto. Avrebbe dovuto prendere il toro per le corna. Avrebbe dovuto mettere fuori gioco i partiti. Stando al dizionario nella sua dizione di democrazia rappresentativa, avrebbe dovuto porre una pietra tombale alla democrazia greca. Insomma, secondo Ferrari, avrebbe dovuto seguire un illustre esempio. Avrebbe dovuto fare come Monti! Udite, udite. Forse per lapsus freudiano dell'editorialista, forse per distrazione della redazione, finalmente anche dal Corriere della Sera è arrivata la verità: in Italia la democrazia (qualora ce ne fosse mai stata una) è morta!!! Monti ha fatto fuori i partiti e il suo Governo di tecnici voluto, sostenuto e alimentato dal comportamento sconsiderato del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano (un democratico, per l'appunto!) ha distrutto quello che restava della democrazia. Adesso, voi che avete scoperto la verità (pur così evidente) e avete squarciato il velo di Maya, uscite fuori dalle vostre case, affacciatevi alle finestre, telefonate agli amici e gridate a tutti la verità. La verità che prima o poi doveva venire a galla. Il momento è finalmente arrivato. Deo gratias. E non è finita qui. Ferrari, forse in un delirio di verità compressa, chiama finalmente per nome l'asse franco - tedesco: troika! La troika nell'Urrs staliniana era un comitato ristretto formato da un esponente dell'Nkvd (servizi segreti), da un giudice e da un dirigente del partito comunista, chiamato a reprimere i dissidenti comminando in modo arbitrario le sentenze di prigionia e anche di morte. Allora forza, comunicate a tutti che l'eurocrazia sta per finire una volta per sempre e che il colpo mortale arriverà proprio dalla Grecia. Cinque ministri sono usciti dal Governo Papademos, il Pasok, partito di maggioranza, è spaccato, i nazionalisti sono già fuori dal governo. Domenica Papademos dovrà tornare in Parlamento per prepararsi ad un voto che, entro mercoledì, dovrà accogliere o meno l'ultima ondata di fango partita da Bruxelles e mascherata sotto forma di "aiuti". Nessun partito vuole imporre altre lacrime e altro sangue, consapevoli che la corda è troppo tesa. La Merkel ha già lanciato l'allarme: "Se cade Papademos, la Grecia fallisce e le conseguenze sarebbero incontrollabili". E' falso. La strada è tracciata. Se Atene è insolvente, la Deutsche Bank e la Dexa, principali creditrici del governo greco dovranno essere salvate da Sarkozy e dalla Merkel. Per salvarle occorreranno ingenti capitali pubblici che, per via delle norme Ue sulla concorrenza, non potranno essere erogate. Allora Parigi e Berlino dovranno uscire dall'Unione Europea per salvare i loro Paesi dall'ingordigia dei propri banchieri e in tutto il vecchio continente sarà LIBERTA' dal dio denaro e dagli sporchi banchieri. Torneremo liberi dall'oppressione dei tecnici e dei burocrati. La culla della civiltà occidentale può ancora salvare tutti noi. Per questo nei prossimi giorni continueremo a tifare: Forza Grecia!

Roberto Della Rocca

mercoledì 28 dicembre 2011

L'EDITORIALE/ Giorgio Bocca, il coro di lode e gli eredi rimasti in circolazione



CASERTA - Giornalisti di destra e giornalisti di sinistra sono accorsi in questi giorni, fisicamente e spiritualmente, al capezzale e poi al sepolcro di Giorgio Bocca che ha lasciato questa terra il giorno di Natale. Non posso iscrivermi al partito di chi rimpiange un figuro come Bocca, formazione che attraversa gli schieramenti da Feltri (che rimpiange un “nemico”) a Scalfari e De Benedetti (che piangono un amico e un maestro di giornalismo e di vita). Sto sulle mie posizioni, non dico di felicità ma certamente di accurata indifferenza. Giorgio Bocca non mi piaceva. Non mi è mai piaciuto. Non è certo un requisito quello di piacermi, è questione di gusti personali. Non mi piaceva come giornalista e ancor meno l’ho apprezzato come uomo. Già il fatto di essere piemontese non giocava a suo vantaggio ma abbinare al peccato di origine il peccato mortale di idea è troppo. Vogliamo rovistare nel torbido? Volo di ricognizione prima di approfondire. Bocca è stato tutto e il contrario di tutto. Fascista e antifascista, partigiano di stampo liberale e spietato giudice dei tribunali del popolo, giornalista lombrosiano e anti meridionale salvo poi diventare autore di libri strappa lacrime sul meridione per vendere qualche centinaio di copie a pecoroni asserviti, fu un esaltatore delle virtù del socialismo da bere di Craxi salvo poi finire davanti l’Hotel Raphael con le monetine in mano, sostenitore del Berlusconi imprenditore televisivo e poi fiero oppositore del mostro di Arcore, a tratti leghista e poi nemico di Bossi e della sua orda di barbari. Accettò il titolo di anti-italiano ma più italiano di lui è soltanto l’altro Giorgio, il monarca Napolitano. Ce n’è per tutti. Ripartiamo dall’inizio. Cuneo. Diciotto agosto 1920, giornata calda nel profondo nord. La signora Bocca da alla luce un maschio. Lo chiamano Giorgio. Due anni dopo Mussolini viene investito del potere quasi assoluto da un monarca piegato ai desiderata di industriali, militari e aristocratici senza spina dorsale e col pensiero fisso al profitto che il fascismo può garantire loro tenendo ben lontani dal potere comunisti e derivati di sinistra. In pochi anni il giovane Giorgio brillò nelle sedi del Fascio littorio conquistandosi, una volta raggiunta la maggiore età un ruolo di rilievo nel Guf finendo davanti al Duce in persona nel 1940 in occasione di una premiazione per le gare di giochi invernali durante i quali si distinse ottenendo la M d’oro. Aveva la scrittura nel sangue e la firma facile. Il suo nome è infatti finito sotto al Manifesto della Razza pubblicato nel 1938 per dimostrare ai tedeschi che l’Italia Fascista non si mischiava a certa gente. Non contento di aver sottoscritto il manifesto Bocca si espresse in chiave razzista ancora contro gli ebrei nel 1942 su “La Provincia Grande” quando diede la colpa alla congiura ebraica delle disgrazie di guerra che si affacciavano all’orizzonte. Miracolo della conversione. Dopo l’8 settembre, finito Mussolini a Campo Imperatore e chiusasi in tragicommedia l’esperienza fascista, l’alpino Bocca molla tutto, M d’oro, tessera di partito, articoli compromettenti e amicizie scomode e va sui monti a ricostruirsi una verginità politica iscrivendosi alle liste dei partigiani di Giustizia e Libertà. Nel giro di due anni è un leader della resistenza contro tedeschi e repubblichini. A guerra finita esercita ancora la sua funzione di presidente del tribunale del Popolo e firma (sempre il solito vizio) la condanna a morte per il tenente Adriano Adami e per altri 4 appartenenti alle forze della Repubblica sociale italiana. Poco importa se a guerra finita i prigionieri dei partigiani avrebbero dovuto essere consegnati alle autorità ricostituite. Anche grazie a quelle morti il nuovo Bocca poté costruire la sua nuova carriera di giornalista. Giornale dopo giornale, Sentinella d’Italia, la Gazzetta del Popolo, l’Europeo, il Giorno, divenne sempre più noto e apprezzato. Più esperienza maturava più si accresceva l’elenco di quelli che volevano considerarsi suoi discepoli ma aumentavano, al contempo, errori e cadute di stile. Sempre di facile firma appose ancora una volta la sua sigla in calce al manifesto contro il commissario Calabresi insieme ad altri ben pensanti e mal razzolanti dell’epoca. Molti chiesero scusa e ritrattarono, Bocca no. Lui era tutto d’un pezzo e poi a lasciarci le penne era stato solo un commissario di polizia. Diversamente si comportò quando, tra le altre uscite infelici, sostenne che le Brigate Rosse erano una invenzione dei servizi segreti. Scontentò molti alti papaveri e scandalizzò molti cittadini e pochi anni dopo dovette pubblicamente scusarsi per quella maldestra osservazione. Nel frattempo agli articoli si sommarono un lungo elenco di libri. Memorie della sua gioventù e della sua esperienza tra i partigiani, con largo uso di bianchetto, racconti a carattere storico, resoconti e inchieste di cronaca, fino agli ultimi anni, quando si impegnò nella crociata contro l’orco di Arcore. Carattere non facile, ai limiti del burbero e dell’insensibile con una buona dose di falsità cortese tipicamente piemontese, Bocca vide crescere grazie soprattutto alle sue esternazioni l’elenco dei suoi nemici. I giornalisti di destra, anche quelli che oggi sono costretti a violentarsi pur di non dire quello che pensano di un collega morto, lo odiavano per via dei suoi cambi di fronte. I leghisti per lo stesso motivo. Berlusconi e i suoi peones egualmente. Ultimamente si era appiattito sulla linea di Repubblica, quotidiano che aveva fondato assieme a Eugenio Scalfari, cosa che lo ha portato ad essere critico nei confronti dello schieramento di centro sinistra. Insomma, un lungo elenco di avversari, nemici, oppositori che si è arricchito di parecchi meridionali che hanno reagito in modo scomposto e, giustamente, aggressivo, quando Bocca, ai limiti della demenza senile, ha cominciato ad attaccare la varia umanità meridionale da Napoli a Palermo parlando di camorristi, cimiciai, gente abietta, criminali incalliti e paradisi perduti affidati a diavoli. Un giornalista serio avrebbe analizzato le cause e i motivi. Se Bocca fosse stato una persona per bene e non uno sporco lombrosiano avrebbe dovuto informarsi di Garibaldi, “Tore e’Criscienzo”, della “Sangiovannara” e di tutti i camorristi che hanno sostenuto l’eroe dei due modi, Liborio Romano e Vittorio Emanuele II. Mafia e camorra al servizio dell’unità d’Italia. Criminali nati e arricchitisi grazie al tricolore, ma questo all’ultraitaliano Bocca poco importa. Nonostante tutto lo si incensa e più passerà il tempo più, già li vedo passare, crescerà l’elenco dei sostenitori post mortem. Fioccheranno i licei Bocca e i premi giornalistici e letterari a suo nome. Una vera e propria ansia, quella tutta ita(g)liana di voler trovare eredi e pari. Indro Montanelli, il Principe vero del giornalismo, è stato impareggiabile ma già tutti gli accostavano eredi veri e presunti, e personaggi in concorrenza come lo stesso Bocca e Scalfari. Grazie agli ultimi anni di militanza anti berlusconiana Montanelli resta impareggiabile e senza eredi. Morendo ha accresciuto la sua leggenda di grande e vero maestro di giornalismo. Il danno peggiore, invece, Bocca l’ha fatto proprio passando a miglior vita. Ha lasciato in circolazione i suoi eredi. Tre quelli che più di tutti hanno scritto e hanno scalpitato per ottenere la qualifica: Aldo Cazzullo, Fabio Fazio e Roberto Saviano. Come direbbero i latini: “Rustica progenies semper villana fuit!”. Cosa aspettarsi da tal maestro?

Roberto Della Rocca

lunedì 19 dicembre 2011

L'EDITORIALE/ Lo zio di Bonanni, le tasse e la complicità dei sindacati



ROMA - Mi sento come lo Zio di Raffaele Bonanni, Segretario Generale della Cisl: non so niente di economia ma ho la certezza di poter fare una finanziaria migliore di quella approvata da una inebetita Camera dei Deputati e presentata dal Consiglio di Facoltà guidato da Mario Monti

I numeri e il voto in aula
Va detto che, forse in un sussulto di dignità personale o forse perché si sono resi conto di non servire più a niente, a decine i deputati appartenenti a partiti schierati con Monti che non si sono presentati in aula al momento del voto. I numeri parlano chiaro. A fronte di una fiducia ottenuta, poco meno di un mese fa con 556 sì e soli 61 no (il gruppo leghista più Mussolini e Scilipoti), la Finanziaria è stata sanzionata alla Camera con "soli" 402 voti favorevoli, 75 contrari e 22 astenuti. In meno di un mese il Professor Monti ha raffreddato i bollenti spiriti dei suoi sostenitori che la stangata finanziaria proprio non l'hanno voluta avallare. Sono stati 154 i voti persi da Monti a destra come a sinistra. Hanno tolto il proprio sostegno al tecnicissimo gabinetto (è proprio il caso di chiamarlo così!) sia l'Italia dei Valori che la Sudtiroler Volkspartei (Svp). Politicamente importante la prima, irrilevante la seconda e altamente prevedibile. Con una maggioranza così ampia Monti non aveva alcun interesse ad inserire qualche norma economicamente vantaggiosa per i sud tirolesi  (i quali, per la cronaca, vengono letteralmente pagati dalla Repubblica per restare entro i confini italici, ma su questo si può discuterne in altra sede!) che così, mancando le "pezze d'appoggio", si sono ritirati in buon ordine in attesa di qualche esecutivo politico a caccia di un gruppetto di voti in parlamento. 



La deputata leghista Emanuela Munerato è intervenuta contro la manovra Monti parlando alla Camera vestita da operaia per sottolineare come i costi della crisi, per scelta del Governo, graveranno soprattutto sulle spalle dei lavoratori e delle altre categorie esposte.


Si è astenuto, non era presente in aula o addirittura si è schierato contro il defunto Governo Berlusconi. Quasi tutti gli ex ministri non hanno approvato la manovra assieme ad un'altra trentina di deputati del Popolo della Libertà che, nonostante il tentativo di mettere una pezza da parte di Berlusconi (il quale ha parlato di dissensi previsti e, in certi casi autorizzati dalla dirigenza del partito), è sempre più spaccato. Compatto il terzo polo di Casini, Fini e Rutelli, e meno evidenti le fratture dentro il Partito Democratico. In generale la classe politica sta continuando a dare una pessima prova di sé.

Pagare tutti per pagare meno? No, pagare meno per pagare tutti
Quello che sembra un gioco di parole dovrebbe entrare nella testa di tutta la popolazione. Non è vero quello che ci raccontano. Non è vero che la lotta all'evasione fiscale si porta avanti instaurando un regime fiscale (anticipazione di altri tipi di regime). Non è vero che le tasse sono alte perchè non tutti pagano le tasse. Le tasse sono alte perchè servono a coprire le spese di una classe di tecnici e politici papponi e gli interessi delle banche usuraie. Da Napolitano a Scilipoti, passando per le case degli avvocati, dei giornalisti, dei notai, dei magistrati e via dcendo, c'è tutta una massa di parassiti sociali che vive del lavoro della povera gente che, come ringraziamento, deve anche subire le angherie fiscali decise dal Governo. Se tutti pagassimo le tasse, le tasse non diminuirebbero perchè i signori della casta avrebbero l'interesse a continuare ad ingurgitare e ad abboffarsi. Vero è il contrario. Se le tasse scendessero in modo radicale l'evasione diventerebbe antieconomica. Lo spiega molto bene l'economista Arthur Laffer, economista californiano che, grazie alla sua curva dimostrò come ad un livello di tassazione elevato corrispondesse una alta evasione e, di riflesso, minori entrate. Ad un livello di tassazione considerato "giusto" le entrate fiscali sarebbero aumentate. Guardando il grafico, nel caso italiano si tratterebbe di passare dal livello di tassazione t3 a t*. Le entrate aumenterebbero in modo considerevole.


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Casi pratici ce ne sono già stati nel corso degli ultimi 30 anni. Spinto da Laffer, Ronald Reagan applicò il suo sistema e, operando con l'introduzione di una singola flat tax, il gettito fiscale aumentò sensibilmente. Non solo negli Usa si è fatta la scelta giusta di ridurre le tasse. Anche un Paese con un profondo debito pubblico come l'Argentina di inizio XXI secolo ha rivisto il proprio sistema di tassazione e, con una dichiarazione di bancarotta e una revisione al ribasso delle imposte, oggi cresce (al di fuori della dittatura mondiale dell'economia) a ritmi del 6% annui. Non bastano gli esempi? Passiamo alla Russia dove la fine dell'Urss aveva creato una folle politica economica che avrebbe dovuto consentire l'inserimento della nuova repubblica nel capitalismo mondiale. Le riforme non furono sufficienti e nel 1998 la crisi raggiunse livelli gravissimi a seguito anche della svalutazione del rublo. Alla fine Eltsin cambiò le sorti della storia optando per la semplificazione dell'apparato burocratico e militare, con una riduzione del potere delle caste oligarchiche e amministrative e, infine, con una semplificazione radicale del sistema fiscale con l'introduzione di una flat tax che portò, nel giro di un biennio ad un aumento delle entrate fiscali del 30%. Un Governo di tecnici queste cose, non le capisce, o meglio, non le vuole capire perchè trattasi della peggior specie di tecnici, i banchieri che hanno solo l'interesse di bottega.




Dal "Vivat Monti" alle lotte sociali
E torniamo a Bomba ripartendo da Raffaele Bonanni e dagli altri Segretari dei Sindacati, Luigi Angeletti della Uil, e Susanna Camusso della Cgil. Non sapevamo di avere a che fare con delle vergini vestali e, sinceramente, non so come possano pensare di darla a bere a qualcuno. Adesso la triade sindacale si è resa conto che il Governo Monti è un governo tecnico, non legittimato dalla volontà popolare, imposto dal Presidente della Repubblica alle forze politiche allo sbando incapaci di gestire la crisi e di far uscire il Paese dalla palude in cui è precipitato a causa di 150 anni di politiche sballate e fuori dal mondo. Eppure furono proprio i tre sindacati a celebrare il Vivat in aeternum e basta andare a dare una occhiata ai tanti comunicati rilasciati dalle tre sigle sui loro siti. La Cgil esultava per l'eliminazione dell'Orco di Arcore e cantava le lodi di Giorgio I salvatore della Patria: "La fine del governo Berlusconi, delle sue politiche di divisione sociale, di attacco al lavoro, di penalizzazione del lavoro pubblico delle autonomie locali è uno straordinario e positivo risultato per il Paese ed è frutto non solo del giudizio di non credibilità sancito dai mercati in questo periodo ma soprattutto della lunga stagione di lotte del lavoro e sociali che hanno attraversato il Paese in questi anni di cui la CGIL è stata a pieno titolo soggetto fondamentale [...] A questo fine la CGIL pensa che sia necessario un governo di emergenza, di transizione e di garanzia del Presidente della Repubblica che possa affrontare il problema del ripristino della nostra credibilità internazionale" si leggeva nella nota stampa del 10 novembre. Più cauta, ma sempre soddisfatta, la Uil: "Al Presidente del Consiglio Mario Monti e al nuovo Governo va il nostro augurio di buon lavoro. L’impegno a cui è chiamato l’Esecutivo è davvero complesso. Ma la competenza e la professionalità di tutti i suoi componenti ci lascia ben sperare. Noi ci attendiamo provvedimenti per lo sviluppo nel segno dell’equità. In questo quadro, la Uil sarà un interlocutore responsabile ed affidabile". Ma anche sul programma i sindacati erano d'accordo con Monti con la Cgil che esaltava il radicale cambiamento culturale del Paese: "La Segreteria Nazionale della CGIL ha apprezzato nel discorso del Presidente Monti al Senato il forte senso delle Istituzioni, la valorizzazione dello Stato e delle sue articolazioni a tutti i livelli. Gli obiettivi delineati danno il senso di una inversione di tendenza rispetto all'impostazione del Governo precedente sul fronte del contrasto all'economia illegale e al ripristino di politiche volte alla trasparenza e alla lotta all'evasione come elemento fondamentale del progresso civile e sociale del Paese [...] L’interessante approccio tenuto dal professor Monti sull’istruzione registra una vera svolta culturale che riconosce importanza strategica al sistema della conoscenza e dopo anni di vilipendio ne propone la valorizzazione e la funzione essenziale per la crescita e l’innovazione". Poi la luna di miele è finita. Monti ha cominciato a fare quello per cui è stato chiamato dalla finanza internazionale e dall'Unione Europea, ovvero salvare le banche, spremere i cittadini e consentire il pagamento dei debiti nazionali strainfischiandosene della crescita, della popolazione e del risanamento vero che serve al Paese. Ovviamente passato all'ultimo punto dell'agenda del Paese il Sud, su cui il governo non si è minimamente espresso. Ovviamente i Sindacati hanno fatto altrettanto riaprendo però una stagione di lotta contro il potere dei tecnici. Ma dove sono finiti i sindacati compiacenti, quelli che, con Angeletti affermavano: "Quello presentato, oggi, da Mario Monti è un programma sostanzialmente condivisibile. Ci convincono, in particolare, i passaggi in merito alla riforma fiscale, per noi prioritaria nella prospettiva della crescita del Paese. Se si inciderà anche sui costi della politica e sugli inaccettabili privilegi, ci incammineremo su una buona strada". Erano lì. Sono lì. Sono sempre loro. I Sindacati come comitati d'affari, casta silenziosa che non paga l'Ici, che ha esenzioni fiscali di ogni tipo e che pontifica, pontifica, pontifica, su questo e quell'argomento. Sono sempre stati al loro posto. Agli attenti quando richiamati da Napolitano alla responsabilità nazionale, e saranno ancora lì quando dal Quirinale arriverà un secondo richiamo alla responsabilità. Allora se Monti si è insediato anche col consenso dei Sindacati, caro Bonanni, dimettetevi e fatevi sostituire da tuo zio. Ne capirà meno, ma forse saprà fare di meglio. Forse la truffa Monti lui l'aveva già capita!


Roberto Della Rocca