Periodico di attualità, politica e cultura meridionalista

mercoledì 11 aprile 2012

Campagnuolo (Grande Sud): Stop alle vittime della crisi


BENEVENTO - Il Coordinatore Provinciale Vicario Evangelista Campagnuolo del Movimento politico Grande SUD di cui è Leader  Gianfranco Miccichè interviene sulla grave problematica dei suicidi dovuti dalla crisi economica che ha colpito l'Italia e sopratutto il Sud. Sul tema era intervenuta anche la Senatrice Adriana Poli Bortone, cofondatrice di Grande Sud, che ha presentato una mozione al Ministro Elsa Fornero. ''E' necessario ed urgente impedire tali gesti, portati dallo sconforto, di chi vede le proprie aziende e/o la propria famiglia non arrivare a fine mese. Non è possibile che in soli 2 mesi si registrano 12 casi di persone che si son date fuoco o impiccate per motivi economici,praticamente un suicida ogni 4 giorni, i dati alla mano sono veramente sconcertanti e fanno pensare; si parla di un incremento di circa il 25% rispetto agli altri anni. Mi appello ai Parlamentari Nazionali di Grande Sud, in particolare all'On. Marco Pugliese e al leader Nazionale Gianfranco Miccichè, ai quali chiedo di portare e far discutere al piu' presto la problematica in Parlamento, per cercare di ridurre le tasse e quindi - conclude Campagnuolo - di dare una speranza concreta a questi padri di famiglia , eliminando una volta per tutte questo grave problema''.

sabato 7 aprile 2012

Auguri di buona Pasqua


La Direzione, la Redazione e lo Staff amministrativo augurano a tutti i lettori de "il Giornale del Sud" una ottima e serena Pasqua.

L'EDITORIALE/ La Lega "ladrona" e il Bossi dimezzato


Questo primo video-editoriale è un esperimento che speriamo possa portare ad una nuova fase di sviluppo del Giornale del Sud. Miglioreremo anche la qualità dei video certi della vostra pazienza e comprensione.


CASERTA – La Padania è entrata in Italia. E’ entrata nell’Italia peggiore, quella dei furbi, quella dei ladri. Questo è quanto emerge dalle prime dichiarazioni della magistratura che, dopo aver colpito la Regione Lombardia e il Presidente del Consiglio Regionale Davide Boni è andata dritto al cuore del partito nordista. Umberto Bossi carnefice e ladro o piuttosto vittima della sua malattia? A dirla tutto propendo per la seconda ipotesi. Dal 2003 il partito era senza guida al di là delle apparenze. La decisione della moglie del leader Manuela, di stringere attorno al capo un cerchio, poi definito magico, ha rotto qualcosa all’interno del movimento. Da buona madre di famiglia ha tutelato il ruolo di padre padrone della Lega proprio del marito innalzando una barriera, o meglio ancora un filtro attraverso cui venivano presentate le cose a Umberto. Il filtro ha dei nomi e dei cognomi, primi tra tutti Rosi Mauro, molto amica della famiglia, e poi Cota, Reguzzoni e quel Roberto Calderoli che sono ascesi ai vertici del partito e dello Stato, chi come Governatore, chi come Ministro, chi come Capogruppo alla Camera. E da quelle poltrone hanno controllato il partito, promosso funzionari e delegati rompendo la tradizionale solidità del blocco verde padano prendendo a sberle (ricambiati opportunamente) i “ribelli” come Maroni e Tosi. Le indagini ci diranno quanto di vero c’è in tutta questa storia. Certo è che l’azione protettrice dell’Imperatrice della Padania alla fine non è servita a tutelare né il marito, ormai fuori dai giochi con le dimissioni da segretario federale, né i figli. Per i figli sarebbero state spese cifre da capogiro, senza considerare la parte più delicata dell’inchiesta, quella relativa ai contatti con la ndrangheta. Il futuro adesso è incerto. La base è scossa e l’unico uomo che potrebbe salvare le cose è proprio quel tanto bistrattato Roberto Maroni, ora ai vertici in cogestione con Calderoli. Il suo gruppo ha due strade. O lanciare l’opa sul partito prima che la vicenda giudiziaria si chiarisca (cosa che sembra già in atto con la richiesta di dimissioni lanciata dai suoi uomini al bossiano segretario della federazione di Varese) oppure aspettare che le acque si calmino e vedere cosa resterà dell’Impero Padano. In entrambi i casi le cose non potranno proseguire come sono andate negli ultimi anni. Se Bossi rientrerà in scena sarà, questa volta, sotto la tutela di Maroni. Se Bossi deciderà di stare in panchina e fare il padre nobili perfino una scissione dalla Lega diventa uno scenario plausibile. Sicuramente con le sue dimissioni Bossi ha chiuso un’epoca politica e storica.

ROBERTO DELLA ROCCA

Boni, Dagrada, Belsito, le intercettazioni che inguaiano la Lega (almeno in parte)


MILANO – Come spesso accade per la politica sono le intercettazioni ed i telefoni a creare problemi e a portare ad interrogatori imbarazzanti dove i soggetti chiamati a rispondere cedono e confessano raccontando tutto quanto serve alla magistratura. Obiettivo da un po’ di tempo a questa parte è la Lega “ladrona”. La bufera giudiziaria ha gettato ombre sull’operato dei moralizzatori del Nord e già dal 2011 si indaga e si ascoltano telefonate. Tutto cominciò ad incrinarsi con l’indagine che coinvolse Davide Boni. Le prove erano tutte racchiuse nell’interrogatorio del 9 novembre del 2011, quando i pubblici ministeri hanno ascoltato Giliberto Leuci. Il cognato di Michele Ugliola ha spiegato “il sistema” adottato dal partito di Bossi per incassare soldi. Il presunto giro di tangenti che vede coinvolto anche il presidente del consiglio regionale Davide Boni avveniva in modo semplice. Erano Boni e Ghezzi, a capo della segreteria del presidente del consiglio regionale, i politici dai quali si doveva passare per entrare negli affari che interessavano la Lombardi. “Nel corso di un incontro che ho intrattenuto con l'amministratore delegato della Serenissima Sgr - fa mettere a verbale Leuci - lo stesso mi rappresentò che era a conoscenza del fatto che per montare affari immobiliari in Lombardia era necessario fare un passaggio da Boni e da Ghezzi, i quali dirigevano l'imprenditore verso il sottoscritto e da Ugliola. Personalmente non ho mai consegnato denaro a Boni o a Ghezzi, in quanto tali incombenze sono state gestite da Ugliola”. A chiarire come i soldi finivano nelle mani della Lega è stato Marco Paoletti. Nell'interrogatorio del 21 ottobre 2011 il  consigliere provinciale milanese, eletto nelle fila della Lega Nord, ha dichiarato di essere “consapevole del fatto che un terzo dei profitti sarebbero andati alla Lega e di ciò erano consapevoli anche Sala e Conforti”. Inoltre, ha raccontato i rapporti, talora complicati, con l'ex sindaco e vicesindaco di Cassano d'Adda, rispettivamente Edoardo Sala e Ambrogio Conforti, entrambi arrestati nell'inchiesta sul giro di tangenti poi sfociata in quella che vede indagato per corruzione Davide Boni. Secondo il consigliere provinciale,  le presunte tangenti servivano per “sostenere i costi della campagna elettorale” di Boni. E’ stato Dario Ghezzi, secondo il racconto di Paoletti, a suggerirgli di “pensare a portare i voti che il resto ce lo aspettiamo da Michele”, ossia Ugliola, il presunto collettore delle mazzette. Oggi l’altra inchiesta punta ai vertici, allo stesso Bossi. Soggetti sotto osservazione sono il tesoriere del Partito e le Segretarie, amministrative e particolari dello stesso Senatore. Nadia Dagrada, segretaria amministrativa ha parlato, e molto, con Francesco Belsito, in lunghe telefonate notturne nelle quali chiedeva spiegazioni e  allarmava il tesoriere sulle scelte avventate a copertura delle spese familiari dei Bossi. Nell’interrogatorio ha confermato che col vecchio tesoriere Balocchi aveva accesso a tutti i dati e che con la venuta di Belsito sono cominciate le coperture assurde sui conti della Lega sul Banco di Napoli e Banca Aletti. “Mi piange il cuore, ma tutto è cominciato con la malattia di Umberto” ha sostenuto negli interrogatori che proseguiranno. I magistrati sono intenzionati a procedere con le indagini e molti militanti, soprattutto i maroniani, sono intenzionati ad andare fino in fondo per liberarsi del marcio e si dicono disposti a farlo anche se il marcio porta il nome di Bossi mentre lo stesso Senatore ha riconosciuto come un suo errore l’aver portato i figli in politica.

ASSUNTA FERRETTA

SUD AL VOTO/ Il voto può attendere. Sciolti 5 comuni per infiltrazioni criminali


Il Ministro Anna Maria Cancellieri

NAPOLI – Spot propagandistici, programmi elettorali e gruppi politici dovranno attendere prima di presentarsi ai cittadini. Slitta la data dell'appuntamento elettorale. La causa? Presunte infiltrazioni camorristiche. 
Camorra, camorra, camorra … E’ un mantra che torna a tormentare i Comuni della Provincia di Caserta. Non c’è amministrazione che tenga quando in un territorio i clan sono radicati e presenti con le loro attività imprenditoriali e commerciali. Sindaci e assessori devono sottostare ai diktat, deliberare atti ed eseguire ordini, altrimenti rischiano di finire nel mirino delle organizzazioni. Questo si è verificato a Casal di Principe, a Casapesenna, a Castelvolturno. La presenza di gruppi camorristici rende difficile, per non dire impossibile, la gestione della res pubblica. E’ un dato di fatto che viene confermato dal promovimento di scioglimento governativo fatto recapitare neiComuni casertani a meno di un mese dalle elezioni. I candidati in corsa per il rinnovo dei consigli comunali dovranno attendere diciotto mesi prima di poterritornare a in piazza a proporre programmi e progetti per lo sviluppo deiterritori. Non ci sarà cambio di guardia e non ci saranno nemmeno nuove giunte. Ad amministrare gli Enti saranno i commissari inviati dal prefetto. Toccherà loro traghettare i Comuni fino alla prossima tornata elettorale. Stesso discorso anche in Calabria, dove sono stati sciolti per infiltrazioni malavitose i Comuni di Mileto (in provincia di Vibo Valentia) e di Bagaladi (in provincia di Reggio Calabria). Ma a detenere il record di scioglimenti è sempre Casal di Principe. E’ dal 1991 che nessuna giunta riesce a concludere il mandato. Un po’ di numeri: in 20 anni sono ben tre i decreti del governo chehanno azzerato il consesso politico a guida dell’amministrazione. Il primoministro che il 30 settembre firmò il provvedimento di scioglimento fu VincenzoScotti; all’epoca a guidare l’Ente era Alessandro Diana.
Invece, il 23 dicembre del 1996 lo scioglimento arrivò per manodell’attuale presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, al tempo responsabile agli Interni; in quell’occasione a capo della giunta c’era Vincenzo Corvino. Erano gli anni in cui il poter camorristico era nelle mani di Francesco Schiavone, detto Sandokan, e di Francesco Bidognetti. L’organizzazione criminale cresceva a dismisura anche grazie al supporto di altre due famiglie, quella di Michele Zagaria a Casapesenna e quella di Iovine nella stessa Casale. Infatti, Napolitano decise di sciogliere il consiglio comunale proprio a seguito del maxi-blitz Spartacus, avvenuto il 15 dicembre del 1995. L’arresto di 157 persone non poteva passare inosservato e lo Stato doveva per forza di cose intervenire per dare un segnale agli affiliati al cartello dei Casalesi. Il Viminale ha alzato il livello di attenzione per quanto riguarda i fenomeni criminali, in quanto il mese scorso sono stati commissariati anche i Comuni di Pagano (in Provincia di Salerno) e quello di Gragnano (in provincia di Napoli).

LUNETTA SAVINO

lunedì 2 aprile 2012

34th America's Cup, la sfida al via. Il Giornale del Sud vi racconterà la Coppa



NAPOLI - La 34esima edizione della famosa Coppa America, la più importante e antica competizione velica del mondo, sta per arrivare a Napoli. Il Giornale del Sud la seguirà quotidianamente, dal 7 al 15 aprile con l'ausilio di un vero esperto della Coppa, Salvatore Cuomo, Presidente del Circolo vela radiocomandata di Caserta, associazione sportiva riconosciuta dal Comitato Olimpico Nazionale, iscritta all'associazione di classe internazionale Phigit e affiliata al Centro Sportivo Italiano. Conoscitore della vela e della sua storia grazie ai suoi interventi capiremo la storia e anche la tecnica di questo affascinante sport.

c.s.

domenica 1 aprile 2012

L'EDITORIALE/ Addio Ghirelli. Ricordo quando questo napoletano autentico mi raccontò i misfatti di Scalfaro

Lo scomparso Antonio Ghirelli

CASERTA – Ho avuto il grande onore di conoscere Antonio Ghirelli nel 2009 mentre preparavo la mia tesi di laurea sulla politica estera del Governo Craxi. Chi meglio di lui che aveva accompagnato in giro per il mondo il leader socialista avrebbe potuto raccontare i retroscena e i momenti più significativi di quella storia. E infatti così fu. Dopo un breve incontro preliminare altri due appuntamenti durante i quali mi raccontò nei dettagli come funzionava la macchina governativa sotto Craxi e tanti aneddoti su quella esperienza. Mi colpirono due cose durante quegli incontri. Innanzitutto la straordinaria lucidità dell’uomo, che ricordava fin nei minimi particolari ogni aspetto di quel periodo e, sempre commosso, ricordava la figura di Pertini e Craxi, che aveva seguito al Quirinale e a Palazzo Chigi come Capoufficio stampa. L’altra cosa che trovai significativa fu che il suo studio era un vero e proprio pezzo di Napoli. Libri, quadri, stampe e statuine, tutto ricordava la sua città e credo di poter affermare con sicurezza che assieme al Calcio, Napoli e la sua storia, fossero al primo posto nel suo cuore con la politica, subito dopo gli affetti familiari. Per questo motivo l’apprendere della sua scomparsa mi intristisce molto. Se ne va un pezzo di Napoli, un pezzo importante, un pezzo positivo che ha voluto raccontare la storia e la cronaca di una capitale con genuino senso di amore e affetto. Antonio Ghirelli era nato il 10 maggio 1922 e, nei suoi racconti, gli si illuminavano gli occhi quando raccontava la bella città in cui era nato. Nonostante gli anni del Regime ha sempre amato la libertà e non ebbe mai problemi nel manifestare la sua opposizione al fascismo fino a quando nel 1942 entrò nel Partito Comunista Italiano, ancora clandestino, e divenne partigiano. Con grandissima soddisfazione raccontava del suo addio al Pci quando si rese conto, durante la rivoluzione ungherese del 1956 che la libertà non stava in Unione Sovietica ("i comunisti ci odiavano per quell'addio, se avessero potuto ci avrebbero ucciso" mi disse). Nel Partito Socialista Italiano trovò la sua naturale casa e fino alla fine si è dichiarato orgogliosamente socialista disprezzando profondamente tutti quelli che erano rimasti ciechi e sordi dinnanzi al grido di dolore dell’Ungheria. Questa separazione dal Pci lo portò ad interrompere la sua collaborazione con l’Unità e con Paese Sera. Fin da giovanissimo si era votato al giornalismo e, prima ancora come mi raccontò divertito, curava la traduzione dei fumetti ai tempi dell’occupazione americana assieme a quella che sarebbe diventata sua moglie. Come giornalista si occupò prevalentemente di sport e lasciato Paese Sera divenne impaginatore della Gazzetta dello Sport e, successivamente, fu chiamato alla direzione di TuttoSport. All’altra grande passione, la politica, si dedicava tramite collaborazioni alle testate “Sud”, “Nord e Sud” e il “Politecnico” fino a quando non divenne capo redattore del quotidiano “Repubblica d’Italia” e cominciò le collaborazioni con il Corriere della Sera e il Mondo. Fu poi Direttore de “il Globo” e dal 1966 al 1977 diresse il “Corriere dello Sport”. L’anno successivo la svolta con l’elezione alla Presidenza della Repubblica di Alessandro Pertini.
 
Antonio Ghirelli sussurra qualcosa a Sandro Pertini

Ghirelli fu chiamato poche ore dopo il discorso di insediamento del politico e subito accettò l’incarico che mai avrebbe immaginato si sarebbe concluso in modo così rapido. Tra le dichiarazioni estemporanee e non autorizzate la più celebre fu quella sulla Repubblica Pertiniana. Di questo periodo passato al Quirinale Ghirelli ricordava il momento in cui era stato chiamato a formare per la prima volta il Governo Bettino Craxi. “Si presentò al Quirinale con gli abiti delle vacanze e Pertini lo spedì a casa a cambiarsi dicendo che un Presidente doveva ricevere l’incarico con un abbigliamento consono”. Passati due anni di attività al seguito di Pertini la carriera di Ghirelli al Quirinale si interruppe a causa di un comunicato diffuso dall’ufficio stampa del Presidente sulla questione Donat Cattin. Indiscrezioni videro in Francesco Cossiga, all’epoca Ministro degli Interni, l’autore di una azione volta a favorire il terrorista Marco Donat Cattin (figlio del parlamentare Dc Carlo), Pertini voleva le dimissioni del Ministro e dal suo Ufficio Stampa partì un comunicato in tal senso. “Mi attribuii la colpa e lo feci per salvare un giovane collega perché Pertini era infuriato. Pagai per lui e ne fui contento. Poi, dopo tre anni sarebbe stato lo stesso Pertini a caldeggiare la mia nomina a capo ufficio stampa di Craxi a Palazzo Chigi”.

Il leader socialista Bettino Craxi

“Craxi era un siciliano nell’origine e nei comportamenti. A differenza di noi napoletani che siamo un po’ più "scapocchioni", da buon siciliano era concreto e ostinato, due doti che tutti gli riconobbero durante gli anni del suo Governo” mi disse Ghirelli durante la nostra intervista. Nel 1983 Craxi divenne Presidente del Consiglio e lui ottenne la guida del suo ufficio stampa. In quella veste ha conosciuto tutti gli uomini più grandi del pianeta e mi ha saputo fornire una immagine per ognuno di essi. Di Reagan mi disse che era un grande attore, straordinario sulla scena del mondo ma probabilmente manovrato da politici più autentici e capaci di lui. Gorbacev era l’interlocutore naturale, un riformatore autenticamente interessato al miglioramento delle condizioni del suo popolo. Il Generale Jaruzelski un dittatore per forza, capace di slanci di apertura non indifferenti. E poi Soares, Pinochet, Allende, Mitterand, Khol, la Tacher e gli italiani Andreotti, Cossiga, De Mita, Spadolini solo alcuni dei nomi che ha incontrato nella sua attività. Nomi che, forse, alla maggior parte dei giovani non dicono nulla ma che hanno fatto la storia mondiale degli ultimi 50 anni. La vicenda Donat Cattin non gli aveva donato più controllo. Il suo entusiasmo incontenibile riemerse al racconto dell’incontro tra Craxi e Schmidt, cancelliere tedesco. “Durante il vertice si era discusso della politica nucleare e Craxi aveva illustrato a Schmidt il progetto di denuclearizzazione dell’Europa che egli aveva proposto suscitando il consenso di Usa e Urss. Scesi in sala stampa e annunciai trionfale che il progetto stava proseguendo dimenticando che la stampa non aveva ricevuto informazioni sull’iniziativa. Alla fine dell’incontro i giornalisti chiesero spiegazioni al Presidente. Pertini mi avrebbe cacciato 100 volte – mi disse sorridendo – ma Craxi se la cavò con una battuta: Lo sapete che Antonio ha la sua politica estera. Fenomenale”. Continuò così quel rapporto fino al 1987 quando Craxi lasciò Palazzo Chigi. 


Ghirelli fino alla fine ha continuato a nutrire una spassionata fiducia nel leader socialista, un perseguitato, abbandonato a sé stesso dalla politica italiana e anche dai suoi partner europei per le aperture a Gorbacev e ai palestinesi. “E’ stato una vittima. Prendeva le tangenti come tutti – mi confessò candidamente Ghirelli – ma con quei soldi non si arricchiva come gli altri. Quei soldi erano spesi per finanziare l’opposizione alle dittature, in Nicaragua, in Argentina, in Cile, in Afghanistan e in Africa. Paesi dove Craxi era accolto con manifestazioni di giubilo che non venivano raccontate in Italia”. Adesso che è morto posso dire con franchezza quanto da lui rivelatomi in quell’incontro su Oscar Luigi Scalfaro, anche lui da poco scomparso. “Scalfaro è stato una vera e propria carogna con i socialisti. E’ stato ministro degli Interni per 4 anni nel Governo Craxi, sapeva tutto e conosceva tutti. Poi, in piena Tangentopoli parlò del Governo Craxi come di una banda di ladri, proprio lui che in quella banda occupava un posto di primo piano” sostenne Ghirelli confessandomi come la storia sarebbe stata diversa se Scalfaro fosse stato onesto. “Da Presidente della Repubblica ha bloccato il decreto Conso non tanto per fottere Craxi e i socialisti ma perché gli era arrivata da Borrelli una telefonata con una domanda ben precisa: che ne facevi dei 120 milioni che il Governo ti metteva a disposizione per la tua attività (senza comunicare le motivazioni della spesa) da Ministro dell’Interno? Lui riceveva quella somma secondo quanto stabilito dal Governo ma non ha mai giustificato l’uso che ne faceva. Bloccò il Conso perché da Milano gli arrivò l’avviso di non fare puttanate. Quello fu un errore tutto di Bettino che volle Scalfaro perché si fidava ciecamente del suo ministro ma i vertici del Psi volevano rieleggere Cossiga. Una scelta che alla fine ha rimpianto negli anni di Hammamet”. 

A seguito della parentesi craxiana Ghirelli continuò la sua attività di giornalista sportivo e politico e ha collaborato fino all’ultimo con le testate sportive. Nel frattempo ha portato avanti la sua attività di scrittore pubblicando decine di libri, molti dei quali dedicati alla sua Napoli come Storia di Napoli (1973), Napoli italiana (1977), Un’altra Napoli e Napoli operaia(1993) e Donna Matilde (1995). Napoli oggi piange uno dei suoi più cari figli. Mancherà ai suoi lettori e a chi lo ha conosciuto.

ROBERTO DELLA ROCCA