BENEVENTO - Il Coordinatore Provinciale Vicario Evangelista Campagnuolo del Movimento politico Grande SUD di cui è Leader Gianfranco Miccichè interviene sulla grave problematica dei suicidi dovuti dalla crisi economica che ha colpito l'Italia e sopratutto il Sud. Sul tema era intervenuta anche la Senatrice Adriana Poli Bortone, cofondatrice di Grande Sud, che ha presentato una mozione al Ministro Elsa Fornero. ''E' necessario ed urgente impedire tali gesti, portati dallo sconforto, di chi vede le proprie aziende e/o la propria famiglia non arrivare a fine mese. Non è possibile che in soli 2 mesi si registrano 12 casi di persone che si son date fuoco o impiccate per motivi economici,praticamente un suicida ogni 4 giorni, i dati alla mano sono veramente sconcertanti e fanno pensare; si parla di un incremento di circa il 25% rispetto agli altri anni. Mi appello ai Parlamentari Nazionali di Grande Sud, in particolare all'On. Marco Pugliese e al leader Nazionale Gianfranco Miccichè, ai quali chiedo di portare e far discutere al piu' presto la problematica in Parlamento, per cercare di ridurre le tasse e quindi - conclude Campagnuolo - di dare una speranza concreta a questi padri di famiglia , eliminando una volta per tutte questo grave problema''.
Periodico di attualità, politica e cultura meridionalista
mercoledì 11 aprile 2012
sabato 7 aprile 2012
Auguri di buona Pasqua
La Direzione, la Redazione e lo Staff amministrativo augurano a tutti i lettori de "il Giornale del Sud" una ottima e serena Pasqua.
L'EDITORIALE/ La Lega "ladrona" e il Bossi dimezzato
Questo primo video-editoriale è un esperimento che speriamo possa portare ad una nuova fase di sviluppo del Giornale del Sud. Miglioreremo anche la qualità dei video certi della vostra pazienza e comprensione.
CASERTA – La Padania è entrata in Italia. E’ entrata nell’Italia
peggiore, quella dei furbi, quella dei ladri. Questo è quanto emerge dalle
prime dichiarazioni della magistratura che, dopo aver colpito la Regione
Lombardia e il Presidente del Consiglio Regionale Davide Boni è andata dritto
al cuore del partito nordista. Umberto Bossi carnefice e ladro o piuttosto
vittima della sua malattia? A dirla tutto propendo per la seconda ipotesi. Dal
2003 il partito era senza guida al di là delle apparenze. La decisione della
moglie del leader Manuela, di stringere attorno al capo un cerchio, poi
definito magico, ha rotto qualcosa all’interno del movimento. Da buona madre di
famiglia ha tutelato il ruolo di padre padrone della Lega proprio del marito
innalzando una barriera, o meglio ancora un filtro attraverso cui venivano
presentate le cose a Umberto. Il filtro ha dei nomi e dei cognomi, primi tra
tutti Rosi Mauro, molto amica della famiglia, e poi Cota, Reguzzoni e quel
Roberto Calderoli che sono ascesi ai vertici del partito e dello Stato, chi
come Governatore, chi come Ministro, chi come Capogruppo alla Camera. E da
quelle poltrone hanno controllato il partito, promosso funzionari e delegati
rompendo la tradizionale solidità del blocco verde padano prendendo a sberle
(ricambiati opportunamente) i “ribelli” come Maroni e Tosi. Le indagini ci
diranno quanto di vero c’è in tutta questa storia. Certo è che l’azione
protettrice dell’Imperatrice della Padania alla fine non è servita a tutelare né
il marito, ormai fuori dai giochi con le dimissioni da segretario federale, né i
figli. Per i figli sarebbero state spese cifre da capogiro, senza considerare
la parte più delicata dell’inchiesta, quella relativa ai contatti con la
ndrangheta. Il futuro adesso è incerto. La base è scossa e l’unico uomo che
potrebbe salvare le cose è proprio quel tanto bistrattato Roberto Maroni, ora
ai vertici in cogestione con Calderoli. Il suo gruppo ha due strade. O lanciare
l’opa sul partito prima che la vicenda giudiziaria si chiarisca (cosa che
sembra già in atto con la richiesta di dimissioni lanciata dai suoi uomini al
bossiano segretario della federazione di Varese) oppure aspettare che le acque
si calmino e vedere cosa resterà dell’Impero Padano. In entrambi i casi le cose
non potranno proseguire come sono andate negli ultimi anni. Se Bossi rientrerà
in scena sarà, questa volta, sotto la tutela di Maroni. Se Bossi deciderà di
stare in panchina e fare il padre nobili perfino una scissione dalla Lega
diventa uno scenario plausibile. Sicuramente con le sue dimissioni Bossi ha
chiuso un’epoca politica e storica.
ROBERTO DELLA ROCCA
Boni, Dagrada, Belsito, le intercettazioni che inguaiano la Lega (almeno in parte)
MILANO – Come spesso accade per la politica sono le
intercettazioni ed i telefoni a creare problemi e a portare ad interrogatori
imbarazzanti dove i soggetti chiamati a rispondere cedono e confessano
raccontando tutto quanto serve alla magistratura. Obiettivo da un po’ di tempo
a questa parte è la Lega “ladrona”. La bufera giudiziaria ha gettato ombre
sull’operato dei moralizzatori del Nord e già dal 2011 si indaga e si ascoltano
telefonate. Tutto cominciò ad incrinarsi con l’indagine che coinvolse Davide
Boni. Le prove erano tutte racchiuse nell’interrogatorio del 9 novembre del
2011, quando i pubblici ministeri hanno ascoltato Giliberto Leuci. Il cognato
di Michele Ugliola ha spiegato “il sistema” adottato dal partito di Bossi per
incassare soldi. Il presunto giro di tangenti che vede coinvolto anche il
presidente del consiglio regionale Davide Boni avveniva in modo semplice. Erano
Boni e Ghezzi, a capo della segreteria del presidente del consiglio regionale,
i politici dai quali si doveva passare per entrare negli affari che
interessavano la Lombardi. “Nel corso di un incontro che ho intrattenuto con
l'amministratore delegato della Serenissima Sgr - fa mettere a verbale
Leuci - lo stesso mi rappresentò che era a conoscenza del fatto che per
montare affari immobiliari in Lombardia era necessario fare un passaggio da
Boni e da Ghezzi, i quali dirigevano l'imprenditore verso il sottoscritto e da
Ugliola. Personalmente non ho mai consegnato denaro a Boni o a Ghezzi, in
quanto tali incombenze sono state gestite da Ugliola”. A chiarire come i
soldi finivano nelle mani della Lega è stato Marco Paoletti.
Nell'interrogatorio del 21 ottobre 2011 il consigliere provinciale
milanese, eletto nelle fila della Lega Nord, ha dichiarato di essere “consapevole
del fatto che un terzo dei profitti sarebbero andati alla Lega e di ciò erano
consapevoli anche Sala e Conforti”. Inoltre, ha raccontato i rapporti, talora
complicati, con l'ex sindaco e vicesindaco di Cassano d'Adda, rispettivamente
Edoardo Sala e Ambrogio Conforti, entrambi arrestati nell'inchiesta sul giro di
tangenti poi sfociata in quella che vede indagato per corruzione Davide Boni.
Secondo il consigliere provinciale, le presunte tangenti servivano
per “sostenere i costi della campagna elettorale” di Boni. E’ stato Dario
Ghezzi, secondo il racconto di Paoletti, a suggerirgli di “pensare a portare i
voti che il resto ce lo aspettiamo da Michele”, ossia Ugliola, il presunto
collettore delle mazzette. Oggi l’altra inchiesta punta ai vertici, allo stesso
Bossi. Soggetti sotto osservazione sono il tesoriere del Partito e le
Segretarie, amministrative e particolari dello stesso Senatore. Nadia Dagrada,
segretaria amministrativa ha parlato, e molto, con Francesco Belsito, in lunghe
telefonate notturne nelle quali chiedeva spiegazioni e allarmava il tesoriere sulle scelte avventate
a copertura delle spese familiari dei Bossi. Nell’interrogatorio ha confermato
che col vecchio tesoriere Balocchi aveva accesso a tutti i dati e che con la
venuta di Belsito sono cominciate le coperture assurde sui conti della Lega sul
Banco di Napoli e Banca Aletti. “Mi piange il cuore, ma tutto è cominciato con
la malattia di Umberto” ha sostenuto negli interrogatori che proseguiranno. I
magistrati sono intenzionati a procedere con le indagini e molti militanti,
soprattutto i maroniani, sono intenzionati ad andare fino in fondo per
liberarsi del marcio e si dicono disposti a farlo anche se il marcio porta il
nome di Bossi mentre lo stesso Senatore ha riconosciuto come un suo errore l’aver
portato i figli in politica.
ASSUNTA FERRETTA
SUD AL VOTO/ Il voto può attendere. Sciolti 5 comuni per infiltrazioni criminali
Il Ministro Anna Maria Cancellieri
NAPOLI – Spot propagandistici, programmi elettorali e gruppi politici dovranno attendere prima di presentarsi ai cittadini. Slitta la data dell'appuntamento elettorale. La causa? Presunte infiltrazioni camorristiche.
Camorra, camorra, camorra … E’ un mantra che torna a tormentare i Comuni della Provincia di Caserta. Non c’è amministrazione che tenga quando in un territorio i clan sono radicati e presenti con le loro attività imprenditoriali e commerciali. Sindaci e assessori devono sottostare ai diktat, deliberare atti ed eseguire ordini, altrimenti rischiano di finire nel mirino delle organizzazioni. Questo si è verificato a Casal di Principe, a Casapesenna, a Castelvolturno. La presenza di gruppi camorristici rende difficile, per non dire impossibile, la gestione della res pubblica. E’ un dato di fatto che viene confermato dal promovimento di scioglimento governativo fatto recapitare neiComuni casertani a meno di un mese dalle elezioni. I candidati in corsa per il rinnovo dei consigli comunali dovranno attendere diciotto mesi prima di poterritornare a in piazza a proporre programmi e progetti per lo sviluppo deiterritori. Non ci sarà cambio di guardia e non ci saranno nemmeno nuove giunte. Ad amministrare gli Enti saranno i commissari inviati dal prefetto. Toccherà loro traghettare i Comuni fino alla prossima tornata elettorale. Stesso discorso anche in Calabria, dove sono stati sciolti per infiltrazioni malavitose i Comuni di Mileto (in provincia di Vibo Valentia) e di Bagaladi (in provincia di Reggio Calabria). Ma a detenere il record di scioglimenti è sempre Casal di Principe. E’ dal 1991 che nessuna giunta riesce a concludere il mandato. Un po’ di numeri: in 20 anni sono ben tre i decreti del governo chehanno azzerato il consesso politico a guida dell’amministrazione. Il primoministro che il 30 settembre firmò il provvedimento di scioglimento fu VincenzoScotti; all’epoca a guidare l’Ente era Alessandro Diana.
Invece, il 23 dicembre del 1996 lo scioglimento arrivò per manodell’attuale presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, al tempo responsabile agli Interni; in quell’occasione a capo della giunta c’era Vincenzo Corvino. Erano gli anni in cui il poter camorristico era nelle mani di Francesco Schiavone, detto Sandokan, e di Francesco Bidognetti. L’organizzazione criminale cresceva a dismisura anche grazie al supporto di altre due famiglie, quella di Michele Zagaria a Casapesenna e quella di Iovine nella stessa Casale. Infatti, Napolitano decise di sciogliere il consiglio comunale proprio a seguito del maxi-blitz Spartacus, avvenuto il 15 dicembre del 1995. L’arresto di 157 persone non poteva passare inosservato e lo Stato doveva per forza di cose intervenire per dare un segnale agli affiliati al cartello dei Casalesi. Il Viminale ha alzato il livello di attenzione per quanto riguarda i fenomeni criminali, in quanto il mese scorso sono stati commissariati anche i Comuni di Pagano (in Provincia di Salerno) e quello di Gragnano (in provincia di Napoli).
LUNETTA SAVINO
lunedì 2 aprile 2012
34th America's Cup, la sfida al via. Il Giornale del Sud vi racconterà la Coppa
NAPOLI - La 34esima edizione della famosa Coppa America, la più importante e antica competizione velica del mondo, sta per arrivare a Napoli. Il Giornale del Sud la seguirà quotidianamente, dal 7 al 15 aprile con l'ausilio di un vero esperto della Coppa, Salvatore Cuomo, Presidente del Circolo vela radiocomandata di Caserta, associazione sportiva riconosciuta dal Comitato Olimpico Nazionale, iscritta all'associazione di classe internazionale Phigit e affiliata al Centro Sportivo Italiano. Conoscitore della vela e della sua storia grazie ai suoi interventi capiremo la storia e anche la tecnica di questo affascinante sport.
c.s.
domenica 1 aprile 2012
L'EDITORIALE/ Addio Ghirelli. Ricordo quando questo napoletano autentico mi raccontò i misfatti di Scalfaro
Lo scomparso Antonio Ghirelli
CASERTA – Ho avuto il grande onore di conoscere Antonio
Ghirelli nel 2009 mentre preparavo la mia tesi di laurea sulla politica estera
del Governo Craxi. Chi meglio di lui che aveva accompagnato in giro per il
mondo il leader socialista avrebbe potuto raccontare i retroscena e i momenti
più significativi di quella storia. E infatti così fu. Dopo un breve incontro
preliminare altri due appuntamenti durante i quali mi raccontò nei dettagli
come funzionava la macchina governativa sotto Craxi e tanti aneddoti su quella
esperienza. Mi colpirono due cose durante quegli incontri. Innanzitutto la
straordinaria lucidità dell’uomo, che ricordava fin nei minimi particolari ogni
aspetto di quel periodo e, sempre commosso, ricordava la figura di Pertini e
Craxi, che aveva seguito al Quirinale e a Palazzo Chigi come Capoufficio
stampa. L’altra cosa che trovai significativa fu che il suo studio era un vero
e proprio pezzo di Napoli. Libri, quadri, stampe e statuine, tutto ricordava la
sua città e credo di poter affermare con sicurezza che assieme al Calcio,
Napoli e la sua storia, fossero al primo posto nel suo cuore con la politica,
subito dopo gli affetti familiari. Per questo motivo l’apprendere della sua
scomparsa mi intristisce molto. Se ne va un pezzo di Napoli, un pezzo
importante, un pezzo positivo che ha voluto raccontare la storia e la cronaca
di una capitale con genuino senso di amore e affetto. Antonio Ghirelli era nato il 10 maggio 1922 e, nei suoi
racconti, gli si illuminavano gli occhi quando raccontava la bella città in cui
era nato. Nonostante gli anni del Regime ha sempre amato la libertà e non ebbe
mai problemi nel manifestare la sua opposizione al fascismo fino a quando nel
1942 entrò nel Partito Comunista Italiano, ancora clandestino, e divenne
partigiano. Con grandissima soddisfazione raccontava del suo addio al Pci
quando si rese conto, durante la rivoluzione ungherese del 1956 che la libertà
non stava in Unione Sovietica ("i comunisti ci odiavano per quell'addio, se avessero potuto ci avrebbero ucciso" mi disse). Nel Partito Socialista Italiano trovò la sua
naturale casa e fino alla fine si è dichiarato orgogliosamente socialista
disprezzando profondamente tutti quelli che erano rimasti ciechi e sordi
dinnanzi al grido di dolore dell’Ungheria. Questa separazione dal Pci lo portò
ad interrompere la sua collaborazione con l’Unità e con Paese Sera. Fin da
giovanissimo si era votato al giornalismo e, prima ancora come mi raccontò
divertito, curava la traduzione dei fumetti ai tempi dell’occupazione americana
assieme a quella che sarebbe diventata sua moglie. Come giornalista si occupò
prevalentemente di sport e lasciato Paese Sera divenne impaginatore della
Gazzetta dello Sport e, successivamente, fu chiamato alla direzione di
TuttoSport. All’altra grande passione, la politica, si dedicava tramite
collaborazioni alle testate “Sud”, “Nord e Sud” e il “Politecnico” fino a
quando non divenne capo redattore del quotidiano “Repubblica d’Italia” e
cominciò le collaborazioni con il Corriere della Sera e il Mondo. Fu poi
Direttore de “il Globo” e dal 1966 al 1977 diresse il “Corriere dello Sport”.
L’anno successivo la svolta con l’elezione alla Presidenza della Repubblica di
Alessandro Pertini.
Antonio Ghirelli sussurra qualcosa a Sandro Pertini
Ghirelli fu chiamato poche ore dopo il discorso di
insediamento del politico e subito accettò l’incarico che mai avrebbe
immaginato si sarebbe concluso in modo così rapido. Tra le dichiarazioni
estemporanee e non autorizzate la più celebre fu quella sulla Repubblica
Pertiniana. Di questo periodo passato al Quirinale Ghirelli ricordava il
momento in cui era stato chiamato a formare per la prima volta il Governo
Bettino Craxi. “Si presentò al Quirinale con gli abiti delle vacanze e Pertini
lo spedì a casa a cambiarsi dicendo che un Presidente doveva ricevere
l’incarico con un abbigliamento consono”. Passati due anni di attività al
seguito di Pertini la carriera di Ghirelli al Quirinale si interruppe a causa
di un comunicato diffuso dall’ufficio stampa del Presidente sulla questione
Donat Cattin. Indiscrezioni videro in Francesco Cossiga, all’epoca Ministro
degli Interni, l’autore di una azione volta a favorire il terrorista Marco
Donat Cattin (figlio del parlamentare Dc Carlo), Pertini voleva le dimissioni
del Ministro e dal suo Ufficio Stampa partì un comunicato in tal senso. “Mi
attribuii la colpa e lo feci per salvare un giovane collega perché Pertini era
infuriato. Pagai per lui e ne fui contento. Poi, dopo tre anni sarebbe stato lo
stesso Pertini a caldeggiare la mia nomina a capo ufficio stampa di Craxi a
Palazzo Chigi”.
Il leader socialista Bettino Craxi
“Craxi era un siciliano nell’origine e nei comportamenti. A
differenza di noi napoletani che siamo un po’ più "scapocchioni", da buon
siciliano era concreto e ostinato, due doti che tutti gli riconobbero durante
gli anni del suo Governo” mi disse Ghirelli durante la nostra intervista. Nel
1983 Craxi divenne Presidente del Consiglio e lui ottenne la guida del suo
ufficio stampa. In quella veste ha conosciuto tutti gli uomini più grandi del
pianeta e mi ha saputo fornire una immagine per ognuno di essi. Di Reagan mi
disse che era un grande attore, straordinario sulla scena del mondo ma
probabilmente manovrato da politici più autentici e capaci di lui. Gorbacev era
l’interlocutore naturale, un riformatore autenticamente interessato al
miglioramento delle condizioni del suo popolo. Il Generale Jaruzelski un
dittatore per forza, capace di slanci di apertura non indifferenti. E poi
Soares, Pinochet, Allende, Mitterand, Khol, la Tacher e gli italiani Andreotti, Cossiga, De Mita, Spadolini solo alcuni dei nomi che
ha incontrato nella sua attività. Nomi che, forse, alla maggior parte dei giovani non
dicono nulla ma che hanno fatto la storia mondiale degli ultimi 50 anni. La vicenda Donat
Cattin non gli aveva donato più controllo. Il suo entusiasmo incontenibile
riemerse al racconto dell’incontro tra Craxi e Schmidt, cancelliere tedesco.
“Durante il vertice si era discusso della politica nucleare e Craxi aveva
illustrato a Schmidt il progetto di denuclearizzazione dell’Europa che egli
aveva proposto suscitando il consenso di Usa e Urss. Scesi in sala stampa e
annunciai trionfale che il progetto stava proseguendo dimenticando che la
stampa non aveva ricevuto informazioni sull’iniziativa. Alla fine dell’incontro
i giornalisti chiesero spiegazioni al Presidente. Pertini mi avrebbe cacciato
100 volte – mi disse sorridendo – ma Craxi se la cavò con una battuta: Lo
sapete che Antonio ha la sua politica estera. Fenomenale”. Continuò così quel
rapporto fino al 1987 quando Craxi lasciò Palazzo Chigi.
Ghirelli fino alla fine ha continuato a nutrire una
spassionata fiducia nel leader socialista, un perseguitato, abbandonato a sé
stesso dalla politica italiana e anche dai suoi partner europei per le aperture
a Gorbacev e ai palestinesi. “E’ stato una vittima. Prendeva le tangenti come
tutti – mi confessò candidamente Ghirelli – ma con quei soldi non si arricchiva
come gli altri. Quei soldi erano spesi per finanziare l’opposizione alle
dittature, in Nicaragua, in Argentina, in Cile, in Afghanistan e in Africa.
Paesi dove Craxi era accolto con manifestazioni di giubilo che non venivano
raccontate in Italia”. Adesso che è morto posso dire con franchezza quanto da
lui rivelatomi in quell’incontro su Oscar Luigi Scalfaro, anche lui da poco
scomparso. “Scalfaro è stato una vera e propria carogna con i socialisti. E’
stato ministro degli Interni per 4 anni nel Governo Craxi, sapeva tutto e
conosceva tutti. Poi, in piena Tangentopoli parlò del Governo Craxi come di una
banda di ladri, proprio lui che in quella banda occupava un posto di primo
piano” sostenne Ghirelli confessandomi come la storia sarebbe stata diversa se
Scalfaro fosse stato onesto. “Da Presidente della Repubblica ha bloccato il
decreto Conso non tanto per fottere Craxi e i socialisti ma perché gli era
arrivata da Borrelli una telefonata con una domanda ben precisa: che ne facevi
dei 120 milioni che il Governo ti metteva a disposizione per la tua attività
(senza comunicare le motivazioni della spesa) da Ministro dell’Interno? Lui
riceveva quella somma secondo quanto stabilito dal Governo ma non ha mai
giustificato l’uso che ne faceva. Bloccò il Conso perché da Milano gli arrivò
l’avviso di non fare puttanate. Quello fu un errore tutto di Bettino che volle
Scalfaro perché si fidava ciecamente del suo ministro ma i vertici del Psi
volevano rieleggere Cossiga. Una scelta che alla fine ha rimpianto negli anni
di Hammamet”.
A seguito della parentesi craxiana Ghirelli continuò la sua
attività di giornalista sportivo e politico e ha collaborato fino all’ultimo
con le testate sportive. Nel frattempo ha portato avanti la sua attività di
scrittore pubblicando decine di libri, molti dei quali dedicati alla sua Napoli
come Storia di Napoli (1973), Napoli italiana (1977), Un’altra Napoli e Napoli
operaia(1993) e Donna Matilde (1995). Napoli oggi piange uno dei suoi più cari
figli. Mancherà ai suoi lettori e a chi lo ha conosciuto.
ROBERTO DELLA ROCCA
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