Periodico di attualità, politica e cultura meridionalista
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giovedì 26 luglio 2012

America's Cup, dopo l'apertura delle indagini Insorgenza Civile esulta



NAPOLI – Doppia preoccupazione per De Magistris e Caldoro, così come doppia l’inchiesta aperta per la regata internazionale dell’America’s cup, tenutasi lo scorso aprile nel capoluogo campano.  La manifestazione ha lasciato dietro di sé un’ondata di entusiasmi ed emozionanti ricordi, ma non è riuscita a scansare la corrente inarrestabile di polemiche e denunce su presunte irregolarità nelle spese e nella violazione di leggi urbanistiche che l’avrebbero interessata. Gare d’appalto, controlli sui fondi europei erogati per la regata sono stati i temi denunciati da diversi esposti rilasciati agli uffici giudiziari da anonimi cittadini ed associazioni. Già negli scorsi giorni si sarebbe proceduto alla requisizione di dati e documenti da palazzo san Giacomo, dagli uffici della Regione e dell’Acn, società di scopo “America’s cup Napoli”, fondata da Paolo Graziano, presidente dell'Unione Industriali campani, e Regione Campania, Comune e provincia di Napoli, per aggiudicarsi i diritti nell’ambito delle preselezioni della regata. Le inchieste investono due ambiti. La prima, supervisionata dal procuratore aggiunto Nunzio Fragliasso, è relativa a presunti illeciti sulla tutela dei beni ambientali circa la risistemazione del lungomare Caracciolo, per l’inserimento dei due baffi di scogliera immessi proprio in vista della gara, e la pavimentazione di corso Vittorio Emanuele. La seconda inchiesta riguarda reati di pubblica amministrazione ed è coordinata dal procuratore Francesco Greco. Quest’ultimo fascicolo mira ad accertare illeciti sulla gestione e lo sblocco dei 22 milioni di fondi europei rilasciati dalla Regione. Diversi esposti sono stati presentati anche da svariate associazioni, come l’Alpi, Associazione lotta alle piccole illegalità, la quale ha attaccato i 10 milioni versati per i diritti sulla manifestazione rispetto a quanto rilasciato dalle altre città, senza risparmiare i fondi e la loro cattiva gestione. Non è stato da meno il movimento di Insorgenza Civile, il quale ha sviluppato, ancor prima dell’evento, un dossier dal titolo “America’s Pacc” circa i punti deboli dell’organizzazione e i mancati guadagni. Problemi presentati sottoforma di quesiti tecnici e politici, a partire dall’atto fondativo dell’Acn fino alla visura Camerale di Jumbo Grandi Eventi, la società che ha avuto in appalto gli interventi cittadini. Anche qui vengono poste domande circa i fondi Fesr europei, quei famosi 22 milioni di euro erogati per l’evento e che non avrebbero portato i benefici promessi. Non sono stati utilizzati nell’ambito della spesa pubblica in materia di occupazioni durevoli, istruzione e salute. Contestati anche i meriti riconosciuti all’evento che non avrebbe portato, come sperato, quell’ondata di sollevamento economico per i numerosi commercianti. Vuoti gli alberghi, come inopportuni quegli stand che avrebbero pubblicizzato solo una parte dei prodotti tipici campani, e altrettanto strane le ripartizioni tra le istituzioni delle spese circa l’acquisizione di diritti miranti ad ospitare l’evento. Incongruenze sulla delibera regionale in cui si stanzia il finanziamento prima del perfezionamento della destinazione dei fondi stessi. “Non capiamo perché la magistratura  debba intervenire a risanare i danni fatti a spese dei cittadini. – dichiara Nando Dicè, presidente del movimento “Insorgenza civile” – Se la magistratura è un ordine di controllo ci aspettavamo che il nostro dossier fosse preso in considerazione già prima”. Non sembra di certo soddisfatto dell’apertura delle due inchieste, forse amareggiato del sistema di giustizia italiano che stenta ad essere operativo da subito. Rabbia e dissapori su quei fondi che sicuramente avrebbero potuto risanare vuoti consistenti nella gestione sociale: “Non possiamo permetterci di buttare dalla finestra fondi che sarebbero serviti per l’occupazione, la salute, l’istruzione, cioè tutto ciò che è spesa pubblica, soprattutto di fronte agli ultimi provvedimenti e tagli presi da Monti”. Riguardo le aspettative delle inchieste, continua Dicè: “Gli insorgenti hanno scarsa fiducia. Non ci aspettiamo nulla, perché se la magistratura costituisce un organo di giustizia, ci aspettavamo di vedere in galera Bassolino per almeno due giorni. È il solito gioco italiano, si crea il danno, si fanno commissioni d’inchiesta ma alla fine i colpevoli non pagano mai. Le due inchieste individuano i problemi, ma i colpevoli non pagheranno”. L’amarezza resta, come anche la sfiducia che contraddistingue l’italiano, preso dal rancore e dal rammarico che il sistema politico ed istituzionale sia messo sotto inchiesta sempre troppo tardi.

FRANCESCA CAMPAGNIOLO

domenica 13 maggio 2012

Maradona eroe antitasse: "Ingiuste le accuse ai miei danni. Sono con le vittime di Equitalia"


NAPOLI – Il Pibe de Oro, Diego Armando Maradona approfitta delle ultime vicissitudini esattoriali italiane per rilanciare la sua battaglia personale contro il fisco. “Nessuno più di me può sapere quello che si prova – ha fatto sapere tramite Angelo Pisani, avvocato rappresentante del grande calciatore in Italia impegnato nella causa che l’eroe di Napoli intrattiene con l’Agenzia delle Entrate – sono 25 anni che mi perseguitano”. La vertenza in questione vale 40 milioni di euro, non proprio bruscolini, che però impediscono a Maradona, il più amato dai Napoletani, di fare ritorno in Italia dove potrebbero prospettarsi enormi novità anche lavorative per l’ex ct della nazionale argentina. Adesso, dopo 25 anni può colpire i suoi avversari e mettersi dalla parte delle “vittime di Equitalia”. Lo fa rivolgendosi a Pietro Paganelli che è ricoverato in fin di vita a Napoli dopo aver tentato il suicidio. “Io posso capire quello che si prova ad essere perseguitato dalle istituzioni che dovrebbero tutelare i cittadini onesti. Oggi l’opinione pubblica è dalla parte dei tartassati ma io sono stato solo, abbandonato, perseguitato e considerato colpevole senza giudizio. Sono stato considerato un criminale e la cosa ha influito sulla mia vita e sulla mia carriera. Ho pensato anche io, nei momenti di massimo sconforto, ai gesti estremi specie dopo l’essere stato pressato continuamente dalla Guardia di Finanza ogni volta che mi avvicinavo all’Italia ma ho avuto la forza di resistere e voglio vincere la mia battaglia anche e soprattutto per le vittime di Equitalia”. Proprio martedì Maradona potrebbe essere a Napoli per affrontare la giustizia in una udienza del processo a suo carico. Il grande campione sostiene di aver sempre pagato le tasse secondo quanto fissato dalle regole e di non aver evaso nulla. Pur di chiudere la questione, Maradona potrebbe chiedere un patteggiamento e versare all’erario parte di quello che viene considerato ancora pendente. “Attendo giustizia. Finalmente il mondo intero ha saputo che fin dal 1994 non esiste alcuna violazione fiscale addebitabile a me. Purtroppo c’è chi si vanta ancora di avermi perseguitato ed espropriato ma io do un calcio anche a questa cartella falsa che è una brutta pagina per la democrazia italiana. Spero che le istituzioni italiane salvino i cittadini e chiedano scusa anche all’Argentina”

PAOLO LUNA

venerdì 27 aprile 2012

Vanessa uccisa dal convivente, giù le mani dalle donne

  Vanessa Scialfa


ENNA - I moventi possono essere tanti dalla sorda invidia alla passione disperata, dall'amore folle all'ossessione spietata, o da vecchi rancori a dissapori mai chiariti. Il movente può essere sociologico o di carattere privato, cioè rintraccibile nella sfera familiare. Nulla, nessuna analisi criminologica, nè psicologica giustifica la brutalità con cui sono stata assassinate Sarah Scazzi, Yara Gambirasio, Melania Rea e Vanessa Scialfa. Scrivo da figlia, da cugina, da potenziale fidanzata. Questo lungo articolo lo scrivo indossando gli abiti di una moglie che si trova ad arginare l'ira funesta di un "pelide" marito imbecille, di un compagno impotente. E' la foto di Vanessa a farmi montare la rabbia. Una rabbia sorda, ma non criminale.  Vanessa è soltanto l'ultima. Una ventenne innamorata del proprio convivente che la strangola sotto effetto della cocaina. Francesco Mario Lo Presti ha confessato di averle stretto la gola con il cavo del lettore Dvd. L'ammissione è arrivata dopo un raggiro degli inquirenti. A scatenare la furia omicida dell'uomo di quindici anni più grande di lei sarebbe stato un nome. Un solo nome. Poi, come impone il codice penale, ha dichiarato di aver assunto cocaina, ma si attende l'esito delle analisi per accertare la presenza di stupefacenti o alcool nel suo sangue. Quella di Lo Presti è stata una lunga e particolareggiata confessione, giunta al termine di un interrogatorio durato per alcune ore. Secondo il racconto dell'uomo la ragazza in un momento di intimità avrebbe pronunciato il nome del suo ex fidanzato. Per morire basta pronunciare un nome. Lo Presti avrebbe cominciato a inveire e Vanessa si sarebbe alzata dal letto e si sarebbe vestita, forse con l'intenzione di andare via da casa. L'intenzione era quella di scappare prima di poter subire la sua violenza. A questo punto Lo Presti - come ha raccontato egli stesso ai poliziotti -  avrebbe assunto la cocaina e vedendo la compagna che stava per uscire avrebbe strappato i cavi del lettore Dvd e l'avrebbe strangolata, annodandole i fili al collo e spingendola sul letto. E' dal ventiquattro aprile che il padre di Vanessa ha denunciato la scomparsa. Ore di attesa per scoprire che sua figlia è stata uccisa dall'uomo che amava per aver nominato un ex fidanzato. Sono  dodici donne uccise nel nostro Paese in questi primi mesi del 2012. 



Melania Rea


                                      Veronica Abbate


Uccise a Ragusa, Civitanova Marche, Putignano, Marano, Monza, Trapani, Avellino, Ferrara, Milano, Trento. Uccise con armi da fuoco, con percosse, strangolate, soffocate, gettate dalla finestra, incendiate. Donne uccise dal marito, dal fidanzato, dal convivente, dal "cliente", dall'ex marito, dall'ex fidanzato, dal padre o dal genero. Donne uccise da un uomo. Omicidi commessi non per gelosia, non per follia, non per disperazione. Le cause di questi omicidi hanno radici ben più profonde. Non sono episodi isolati né storie eccezionali. Si tratta di violenza di genere, ed è un fenomeno tanto diffuso quanto dimenticato. L'associazione Frida, impegnata da anni a contrastare la violenza sulle donne, rende noti dei dati raccapriccianti: nel 2010 le donne uccise sono state 127; in cinque anni - dal 2005 al 2010 - sono state uccise 650 donne. Nel 2011 si stima - sulla base delle notizie riportate dai media - che le donne uccise siano state 137. Sono numeri di donne barbaramente ammazzate. Le considerazioni vengono spontanee. Si dovrebbe ritornare al femminismo, ai gruppi di autocoscienza, alle lectio magistralis di Virginia Woolf, ai libri "Sputiamo su Hegel" o a "La mistica della femminilità". E quando qualche accademico ci viene a propinare che la differenza di genere non esiste, che siamo tutti uguali, allora il gentil sesso dovrebbe insorgere con statistiche alla mano. Ricordo Veronica Abbate, uccisa  a Mondragone nel 2006. I suoi occhi azzurri, il suo viso angelico e lo sguardo disperato dei genitori dinanzia al criminale che l'ha assassinata. Era il suo ex. Un maresciallo della Guardia di Finanza, uno che, stando agli avvocati, proveniva da un ambiente bene, quello della Mondragone che conta. Un assassino in divisa. Il giovane costituitosi subito dopo l'omicidio è tutt’ora in carcere. La famiglia di Veronica e i suoi amici portano avanti la loro battaglia affinché gli venga inflitta la giusta pena senza sconti e attenuanti. In Assise Mario Beatrice aveva ricevuto 30 anni ma successivamente, in Appello, la pena da scontare si è quasi dimezzata (18 anni). Oltre al danno anche la beffa. 


Assunta Ferretta

giovedì 26 aprile 2012

Testimone di mafia costretta al suicidio, preso il fratello



Maria Concetta Cacciola
REGGIO CALABRIA - Era una donna ed è morta. Era una collaboratrice di giustizia ed è stata costretta a togliersi la vita. Maria Concetta Cacciola sotto la pressione dei familiari è deceduta dopo aver ingerito acido muriatico. A finire in manette, dopo una breve latitanza,  è stato il fratello,  Giuseppe Cacciola. Contro di lui un'accusa molto pesante: insieme ai genitori avrebbe indotto al  suicidio la sorella, testimone di giustizia.  Le forze dell'ordine lo hanno bloccato mentre usciva da un centro commerciale. L'uomo, 31 anni, aveva fatto perdere le sue tracce due mesi fa, quando il gip di Palmi, su richiesta della Procura, ne aveva ordinato l'arresto. Sono già in carcere il padre della donna, Michele Cacciola e la madre, Anna Rosalba Lazzaro. Ad indurre Maria Concetta al suicidio, secondo la Procura, sono state le pressioni dei parenti. La donna ha dovuto espiare la sua colpa. Un'unica colpa, cioè quella di rompere il muro di omertà e denunciare il fratello. Il calvario della donna è iniziato quando  con le sue dichiarazioni alla Dda di Reggio Calabria aveva svelato gli affari criminali della propria famiglia, consentendo ai carabinieri di arrestare undici affiliati alla cosca Bellocco e di scoprire due bunker utilizzati dai latitanti. Poi era ritornata a Rosarno per abbracciare i figli e prepare le pratiche che le avrebbero permesso di portare la sua famiglia in una zona protetta. Il "tradimento" alla famiglia è stato punito. Percosse, violenze e ricatti hanno costretto Maria Concetta ad ammazzarsi. La donna era figlia del cognato del boss Gregorio Bellocco, considerato uno dei capi dell'omonima cosca legata a quella dei Pesce.  Il suo atto di coraggio ricorda quello di Rita Atria, la collaboratrice che si tolse la vita dopo la morte di Paolo Borsellino. E le sue parole ancora echeggiano nella memoria di quanti raccontano, ricordano e combattono la mafia: « Prima di combattere la mafia devi farti un auto-esame di coscienza e poi, dopo aver sconfitto la mafia dentro di te, puoi combattere la mafia che c'è nel giro dei tuoi amici; la mafia siamo noi e il nostro modo sbagliato di comportarci. Borsellino sei morto per ciò in cui credevi, ma io senza di te sono morta». 


Dorotea Landolfi

giovedì 12 aprile 2012

Avviso di garanzia per Vendola che non si dimette (e fa bene!)




BARI – Alla fine tocca a tutti. Dalla Padania alla Puglia. Adesso è la volta di Nichi Vendola, Governatore della Regione Puglia messo in mezzo per una questioncella di raccomandazioni nel già tanto chiacchierato mondo sanitario pugliese. Beneficiario della spintarella il Professore Paolo Sardelli, che avrebbe così raggiunto la guida del Reparto di Chirurgia Toracica dopo aver vinto un concorso indetto dall’Asl di Bari che, secondo i magistrati, è servito esclusivamente e piazzare un uomo del Governatore. Sardelli nega e dice che il posto non lo voleva. Vendola nega e attende gli esiti delle indagini e dell’eventuale processo. Lea Cosentino, dirigente dell’Asl di Bari, è l’usignolo, colei che, cantando, avrebbe messo nei guai Vendola. Grazie all’enorme caos che è ormai diventata la sanità pugliese Vendola finisce nei guai. Eppure fa bene a respingere ogni richiesta di dimissioni e a tenersi bene saldo alla guida della Regione, almeno per il momento. Il garantismo prima di tutto. A casa mia chiunque viene condannato è un criminale e va punito ma prima c’è un processo dove accusa e difesa si fronteggiano e alla fine si giunge alla verità (almeno processuale). Poco importa se l’imputato sia Vendola, Berlusconi, Penati, Cosentino o Bossi. Prima la sentenza e poi le dimissioni, affare diverso è, ovviamente, se si viene presi con le mani nel sacco. Ogni dimissione che precede la sentenza, soprattutto se di innocenza, per quanto gesto nobile, resta un gesto masochista. Troppe carriere politiche sono state spezzate da indagini sbagliate della magistratura. Gli esegeti del complotto in questa situazione potranno sbizzarrirsi. Vendola è ormai apertamente in rotta con Michele Emiliano, Sindaco di Bari, che di professione faceva il magistrato ed è molto vicino agli ambienti della Procura di Bari. Non è nuova la voce che vede negli ambienti vicini ad Emiliano la gola profonda che comunicò alla stampa le anticipazioni sullo scandalo Escort che incrinò l’aura “salvifica” di Silvio Berlusconi. In quel caso la gola profonda ne parlò con D’Alema e il Leader Massimo in televisione preannunciò “scosse” importanti. Proprio quelle scosse giudiziarie che avrebbero incrinato per la prima volta, dal 2008, i rapporti tra Berlusconi e il pase e ne avrebbero facilitato la caduta tre anni più tardi. Vendola potrebbe essere dunque incappato in una inchiesta mirata? Difficile a dirsi, almeno in queste prime battute. E’ certo che la Procura della Repubblica di Bari ha notificato un avviso di garanzia a 47 persone (imprenditori, dirigenti regionali, un ufficiale della Finanza e altri politici) compreso il Senatore del Partito Democratico Alberto Tedesco, ex Assessore Regionale alla Sanità, e a Mario Morlacco, ex direttore dell’Ares. Si tratta di un vero e proprio terremoto che rischia di azzoppare l’immagine di Puglia efficiente che Vendola ha puntato a costruire nel corso della sua attività come Governatore. Certo è che il centrodestra pugliese ha sempre criticato e attaccato il leader di Sinistra e Libertà sul tema della Sanità. Raffaele Fitto, già Governatore e poi Ministro per le Regioni, fu il primo a denunciare la mala gestione della sinistra e, quello che lui definiva, un progressivo bilancio in passivo che aveva determinato, a causa di scelte gestionali sballate, un buco di rilievo nel bilancio dei conti regionali. Altrettanto dura fu Adriana Poli Bortone, Senatrice e candidata alla Guida della Regione Puglia nel 2010 per Io Sud e Udc, che in campagna elettorale parlava di gestione pessima della sanità rispetto ai vecchi governi regionali targati centrodestra. Oggi l’inchiesta della Procura che accusa i 47 di corruzione, concussione, truffa, abuso d’ufficio, falso, peculato, estorsione e rivelazione del segreto d’ufficio. Solo il tempo ci racconterà qual è il vero giro attorno alla sanità pugliese, in particolare alle case di cura Mater Dei, Santa Rita, La Madonnina e Villa Bianca, controllate tutte dalla “Cbh - Citta di Bari hospital s.p.a.”.

MAFALDA CROCITTI

sabato 7 aprile 2012

Boni, Dagrada, Belsito, le intercettazioni che inguaiano la Lega (almeno in parte)


MILANO – Come spesso accade per la politica sono le intercettazioni ed i telefoni a creare problemi e a portare ad interrogatori imbarazzanti dove i soggetti chiamati a rispondere cedono e confessano raccontando tutto quanto serve alla magistratura. Obiettivo da un po’ di tempo a questa parte è la Lega “ladrona”. La bufera giudiziaria ha gettato ombre sull’operato dei moralizzatori del Nord e già dal 2011 si indaga e si ascoltano telefonate. Tutto cominciò ad incrinarsi con l’indagine che coinvolse Davide Boni. Le prove erano tutte racchiuse nell’interrogatorio del 9 novembre del 2011, quando i pubblici ministeri hanno ascoltato Giliberto Leuci. Il cognato di Michele Ugliola ha spiegato “il sistema” adottato dal partito di Bossi per incassare soldi. Il presunto giro di tangenti che vede coinvolto anche il presidente del consiglio regionale Davide Boni avveniva in modo semplice. Erano Boni e Ghezzi, a capo della segreteria del presidente del consiglio regionale, i politici dai quali si doveva passare per entrare negli affari che interessavano la Lombardi. “Nel corso di un incontro che ho intrattenuto con l'amministratore delegato della Serenissima Sgr - fa mettere a verbale Leuci - lo stesso mi rappresentò che era a conoscenza del fatto che per montare affari immobiliari in Lombardia era necessario fare un passaggio da Boni e da Ghezzi, i quali dirigevano l'imprenditore verso il sottoscritto e da Ugliola. Personalmente non ho mai consegnato denaro a Boni o a Ghezzi, in quanto tali incombenze sono state gestite da Ugliola”. A chiarire come i soldi finivano nelle mani della Lega è stato Marco Paoletti. Nell'interrogatorio del 21 ottobre 2011 il  consigliere provinciale milanese, eletto nelle fila della Lega Nord, ha dichiarato di essere “consapevole del fatto che un terzo dei profitti sarebbero andati alla Lega e di ciò erano consapevoli anche Sala e Conforti”. Inoltre, ha raccontato i rapporti, talora complicati, con l'ex sindaco e vicesindaco di Cassano d'Adda, rispettivamente Edoardo Sala e Ambrogio Conforti, entrambi arrestati nell'inchiesta sul giro di tangenti poi sfociata in quella che vede indagato per corruzione Davide Boni. Secondo il consigliere provinciale,  le presunte tangenti servivano per “sostenere i costi della campagna elettorale” di Boni. E’ stato Dario Ghezzi, secondo il racconto di Paoletti, a suggerirgli di “pensare a portare i voti che il resto ce lo aspettiamo da Michele”, ossia Ugliola, il presunto collettore delle mazzette. Oggi l’altra inchiesta punta ai vertici, allo stesso Bossi. Soggetti sotto osservazione sono il tesoriere del Partito e le Segretarie, amministrative e particolari dello stesso Senatore. Nadia Dagrada, segretaria amministrativa ha parlato, e molto, con Francesco Belsito, in lunghe telefonate notturne nelle quali chiedeva spiegazioni e  allarmava il tesoriere sulle scelte avventate a copertura delle spese familiari dei Bossi. Nell’interrogatorio ha confermato che col vecchio tesoriere Balocchi aveva accesso a tutti i dati e che con la venuta di Belsito sono cominciate le coperture assurde sui conti della Lega sul Banco di Napoli e Banca Aletti. “Mi piange il cuore, ma tutto è cominciato con la malattia di Umberto” ha sostenuto negli interrogatori che proseguiranno. I magistrati sono intenzionati a procedere con le indagini e molti militanti, soprattutto i maroniani, sono intenzionati ad andare fino in fondo per liberarsi del marcio e si dicono disposti a farlo anche se il marcio porta il nome di Bossi mentre lo stesso Senatore ha riconosciuto come un suo errore l’aver portato i figli in politica.

ASSUNTA FERRETTA

martedì 20 marzo 2012

Saviano e il "mezzo imbroglioncello", una grande lezione per il "beato" giornalista



NAPOLI - Quarantasette arresti per associazione camorristica e riciclaggio. Questo il bilancio dell’operazione messa in atto dalla Guardia di Finanza di Napoli su ordine della Direzione distrettuale antimafia. L’azione ha avuto come obiettivo principale il gruppo criminale dei Fabbrocino e quello imprenditoriale dei Ragosta, nota famiglia di imprenditori a capo di un impero che spazia dal settore alimentare alle compravendite immobiliare, dalla gestione alberghiera all’industria del ferro. Oltre a diversi esponenti della famiglia sono finiti in manette ben 16 giudici tributari, otto tra funzionari e impiegati delle Commissioni Tributarie, un commercialista e un noto avvocato napoletano, docente universitario alla Federico II. Grazie a loro, e dietro pagamenti sostanziosi, i Ragosta avevano la copertura necessaria per “coprire” i loro affari davanti alla legge. Fin qui la ricostruzione della Dda che ha diretto le indagini. Oltre agli arresti la Guardia di Finanza ha sequestrato beni per oltre un miliardo di euro. E fino a qui niente di nuovo, verrebbe da dire a noi che di operazioni di questo genere siamo abituati a sentirne, a leggerne e parlarne. La grande novità sono due righe di una intercettazione, un brevissimo passaggio dove si parla del padre di Roberto Saviano nei termini di un “mezzo imbroglioncello”. Saviano Senior non è indagato e il commento a lui riferito probabilmente è falso, esagerato, inventato. Sicuramente questo è il primo schizzo di fango che colpisce il giornalista. Il “beatificato” giornalista è vulnerabile agli attacchi, come tanti lo sono stati prima di lui (molti proprio dallo stesso Saviano che non si astiene mai dal condannare pubblicamente e mettere all’indice prima dei giudici). Questa è la grande lezione di questa storia. Una lezione che dovrebbe apprendere il grande giornalista. Mai giudicare senza che ci sia la certezza del giudizio. 

PAOLO LUNA

sabato 10 marzo 2012

L'EDITORIALE/ Dell'Utri processo da rifare. Che paese è questo?



ROMA – O sei mafioso o non sei mafioso in un paese normale, “terzium non datur”. Invece in Italia sì ma sappiamo bene che l’Italia non è un paese normale. Dopo 15 anni e una condanna in secondo grado a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa in Cassazione salta fuori che forse, tutto sommato, il giudizio dei magistrati non è poi così scevro da errori e imperfezioni, un po’ dettate dal caso e un po’ dai pregiudizi. Una situazione da Congo Belga o da Burundi non da “democrazia europea” (condizione che abbiamo recentemente acquisito grazie all’incoronazione di San Mario Monti da Bruxelles). Questo è quello che ha deciso la camera di consiglio della V Sezione della Cassazione, chiamata a decidere i destini del senatore Marcello Dell’Utri da 15 anni al centro del vortice giudiziario che lo ha visto accusato di essere referente nazionale di Cosa Nostra, punto di collegamento tra il crimine organizzato e i vertici politici incarnati nella “oscura” figura di Silvio Berlusconi. A “difendere” Dell’Utri in camera di consiglio non è stata tanto la difesa del senatore Pdl (avvocati Krogh, Federico e Di Peri che hanno esultato per il politico assente) quanto il procuratore generale Francesco Iacovello, che sarebbe dovuto essere il grande accusatore e concludere con una esemplare condanna la mirabolante impresa giudiziaria che ha mosso i primi passi a Palermo "grazie" all’operato del Pubblico Ministero Antonio Ingroia che era riuscito a far condannare il politico prima a nove anni nel 2004 e, in secondo grado nel 2009, a 7 anni. Invece no. Iacovello ha fatto il giudice, non il "santo martire ispirato dallo spirito santo" e ha riconosciuto un paio di elementi veramente sorprendenti. Innanzitutto la presenza di “gravi lacune giuridiche” nella sentenza di appello. Il che significa dare dell’asino ai giudici di Palermo. Secondo il Pg nella sentenza d’appello che condannava Dell’Utri a sette anni di carcere mancavano le motivazioni e non c’erano elementi specifici in base ai quali si potesse condannare al carcere un uomo. Ma Iacovello (che pure, va detto, ha parlato di condotta di Dell’Utri da chiarire) è andato oltre sostenendo che al senatore non sono stati riconosciuti alcuni dei diritti dell’imputato, tra tutti, quello del ragionevole dubbio (principio che tocca diverse garanzie concesse a chi è sottoposto ad un giudizio come ad esempio la necessità di avere delle prove certe, l’onere della prova a carico dell’accusa, il principio del dubio pro reo e l’obbligo di motivazione e razionale giustificazione della decisione, tutti elementi che dovrebbero eliminare il rischio di una condanna ideologica e faziosa, proprio come nel caso di Dell’Utri). Insomma Ingroia ha lavorato molto di fantasia, ipotizzando trame e complotti ma di prove ne ha fornite ben poche. Adesso non volendo scendere sul becero terreno della polemica politica, che non serve a nulla, resta una anomalia enorme nell’apparato giudiziario. Dell’Utri è o non è un mafioso? E’ giusto tenere sulla graticola un uomo per 15 anni e poi scoprire che si sono commessi degli errori? E’ corretto il modo in cui i Pubblici Ministeri svolgono il loro lavoro di indagine? E’ giusto incensare e celebrare un funzionario dello Stato quando ancora non si è scritta la parola fine su una vicenda giudiziaria così complessa e delicata? E’ giusto che un Pubblico Ministero frequenti comizi politici e congressi di partito e poi svolga delle indagini riguardo a personaggi politici di altri schieramenti? 

L'intervento di Antonio Ingroia al congresso nazionale del Pdci. Quasi tutti gli analisti definirono quella scelta del Pm un vero e proprio suicidio. Nessuno contesta il fatto che un giudice possa avere idee politiche e nemmeno che le esprima. Il problema è il modo in cui un giudice, soprattutto un Pm (che durante una indagine e un processo ha un potere enorme nei riguardi di un imputato), si muove su un terreno così delicato.

A queste domande non tocca a noi dare una risposta. Certamente a questo sgangherato paese serve una riforma della giustizia che sia complessiva e non parziale perché alla fine dei conti, si tratti di Ingroia, di Berlusconi o di Dell’Utri si tratta sempre e soltanto di casi “particolari” a fronte dei quali sono migliaia i processi pendenti, mal gestiti e sbagliati che coinvolgono altrettanti semplici cittadini. E’ a loro che bisognerebbe pensare più che ai soliti noti. E’ una questione di civiltà.

ROBERTO DELLA ROCCA

P.S.
Tra le altre cose il Procuratore Iacovello ha sostenuto che parlare di un uomo come “referente nazionale del crimine organizzato” (sia esso mafia o camorra) non significa letteralmente nulla. Scommettiamo che anche Nicola Cosentino (che per i Pm è il referente nazionale dei Casalesi) si farà i suoi bei 15 – 20 anni di purgatorio e poi verrà assolto?  

giovedì 8 marzo 2012

Maxi processo alla 'Ndrangheta, resta il mistero nonostante 90 condanne. Oppedisano e Gratteri, i due volti simbolo di una questione irrisolta


Domenico Oppedisano (condannato a 10 anni) e il Procuratore aggiunto di Reggio Calabria Nicola Gratteri

REGGIO CALABRIA – Ogni fenomeno criminale ha il suo vertice. Solitamente ogni vertice ha un nome e una immagine come punto di riferimento. Ha volte si tratta delle immagini del capo dei capi in manette, in altri casi di vecchie foto in bianco e nero di boss ancora “in erba” tanto giovani quanto pericolosi oppure di foto ricostruzioni in digitale dell’aspetto che si ritiene possa avere il ricercato. Tutto questo vale ma non in Calabria, dove la ‘ndrangheta resta un male difficile da estirpare, senza un volto e senza una storia personale da raccontare, cosa che rende difficile (e forse impedisce completamente) la trasmissione del messaggio anti criminale attraverso i mezzi di informazione. Lo dimostra la sentenza arrivata ieri a conclusione del primo atto di un processo che già si annuncia storico. Il maxi processo “Il Crimine” che ha visto sfilare davanti al Gup di Reggio Calabria, Giuseppe Minutoli, ben 118 imputati. Alla fine di questa prima offensiva giudiziaria si registrano 90 condanne ma quello che stupisce è la “leggerezza” della pena. La condanna più alta, inflitta al 65enne Giuseppe Commisso (conosciuto nelle cosche come “u’maistru”), ammonta a 14 anni e otto mesi. Oltre a lui altri boss locali e provinciali, e gregari come Antonino Pesce (6 anni a fronte dei 10 chiesti dall’accusa), Rocco Lamari (8 anni invece di 20), Cosimo Giuseppe Leuzzi (8 invece di 20), Giovanni Alampi (8 invece di 16 anni richiesti), Carmelo Costa (7 anni invece di 16). Tutte condanne inferiori alle richieste. Troppo poco tempo in carcere per chi si macchia di questo genere di reati. Seppure il risultato finale sembra dare un po’ di giustizia a tante morti, il senso di insoddisfazione c’è ed è impossibile nasconderlo. La ‘ndrangheta resta un mistero quasi impenetrabile. Una anomalia nella più generale anomalia del crimine organizzato di tipo mafioso. Una struttura ignota, nomi sconosciuti, realtà tutte da scoprire. E se è vero che mancano personaggi illustri a cui collegare le tante vicende delle ‘ndrine, c’è un volto chiaramente riconoscibile tra le fila dei magistrati e delle forze dell’ordine impegnate quotidianamente, e a rischio della propria vita, contro il crimine. Il più importante è quello di Nicola Gratteri, procuratore aggiunto di Reggio Calabria, uno dei giudici (assieme a Michele Prestipino, Giovanni Musarò, Antonio De Bernardo e Maria Luisa Miranda) che ha puntato l’indice contro il sistema della criminalità calabrese. Non è un caso se dai suoi commenti post sentenza appare un velato clima di insoddisfazione, quasi di amarezza. Il pensiero è forse rivolto a Domenico Oppedisano, già ribattezzato da tutti i giornali come il “capo dei capi” della ‘ndrangheta, condannato a dieci anni a fronte della richiesta avanzata proprio da Gratteri di una severa condanna a venti anni (praticamente un ergastolo considerando le 81 primavere dell’imputato). Non è lui il capo dei capi che dimora, secondo Gratteri, in Calabria e dalla Calabria esercita il suo potere. Oppedisano era il padre nobile di un certo sistema, un punto di riferimento, un garante. “Oppedisano non è il Riina della Calabria – ha dichiarato il Procuratore ai microfoni di Repubblica.it – non imprende ma è, piuttosto, il custode delle regole del codice n’dranghetista, profondamente diverso da quello mafioso”. E anche il quadro generale appare confuso seppure i contorni sono sempre più illuminati dall’attività investigativa. Due i punti deboli dello stato in Calabria. Da una parte la struttura familistica del fenomeno criminale e, dall’altra, la paura di scoperchiare un vero e proprio vaso di pandora. La conferma arriva dallo stesso Gratteri: “La struttura familistica della ‘ndrangheta, all’interno della quale bastano due o tre famiglie per comporre la cellula locale dell’organizzazione, ha fatto sì che non ci fosse nessun collaboratore di giustizia di primo livello. Il legame di sangue è molto forte ed è quasi impossibile trovare un esponente di primo piano disposto ad accusare un parente stretto. Quello che serve alla ‘ndrangheta, e che contribuisce a rafforzarla a scapito dello Stato – sostiene Gratteri in riferimento al secondo punto – è la quotidianità del fenomeno. Quotidianità raggiunta dopo decenni di vita “normale” all’interno del tessuto sociale calabrese. Fin dagli anni ’70 i figli dei boss hanno studiato e sono diventati medici, ingegneri, avvocati e hanno scalato i vertici della macchina burocratica”. Non è da escludere, dunque, che parte dei controllori sia segretamente in combutta con i controllati. Le sue sono parole importanti e servono a fare chiarezza. Il primo round del maxi processo e le prime 90 condanne non sono una vittoria dello Stato. “La ‘ndrangheta non è stata sconfitta – afferma il procuratore lapidario – la mafia resterà invitta fino a quando non cambieranno il sistema penale, il sistema carcerario e il sistema scolastico. Fino ad allora non arriveremo al giro di boa che ci consentirà di sostenere che la ‘ndrangheta (e più in generale la mafia) è stata sconfitta”. Restano quei novanta volti che, seppure non impressi nella mente della “pubblica opinione”, da oggi sono dietro le sbarre. La scoperta della struttura gerarchica fatta dalla procura resta un mistero ma, con la sentenza di ieri, entra per la prima volta in un atto giudiziario di condanna. Secondo gli inquirenti la ‘ndrangheta agisce in “ordine sparso” su due livelli gerarchici. A livello “locale” le famiglie dispongono della totale autonomia circa i business che vogliono intraprendere a patto che si attengano alle regole del codice criminale. Il livello superiore, detto “Provinciale” interviene solo in due casi negli affari locali: o per sanzionare la violazione del codice, o per porre un freno agli eccessi di una faida. “Il Crimine” è il terzo grande processo alla ‘ndrangheta dopo “Olimpia” e “Armonia” ed è scaturito a seguito di una maxi retata (operazione “Infinito”) svoltasi tra la Calabria e la Lombardia dove gli affari dei clan sono numerosi. In quella occasione, era il 13 luglio del 2010, furono arrestate 300 persone. Resta ancora libero, secondo la Procura, la mente, il vertice della struttura di cui restano ovviamente ignote le generalità, circostanza questa che contribuisce a mantenere in piedi il mistero della ‘Ndrangheta.

Paolo Luna

martedì 10 gennaio 2012

Soldi della Lega in Tanzania, il "conto" lo paga Cosentino!




NAPOLI - Il conto “salato” (e nascosto) della Lega Nord in Tanzania lo sta iniziando a pagare Nicola Cosentino. Le sorti del coordinatore regionale del Pdl campano sono state decise dalla diatriba interna al Carroccio, o meglio ancora dalla notizia pubblicata  sul Sole24ore relativa agli investimenti all’estero effettuati dal partito di Bossi. Per evitare la rottura tra il “senatur” e l’ex ministro degli Interni la direzione della Lega ha deciso di non sfiduciare il tesoriere, Francesco Belsito, autore degli investimenti in Tanzania, Norvegia e a Cipro, ma optato, assecondando Maroni, di votare a favore dell’arresto di Cosentino. In sostanza, a rimetterci “le penne” dopo giorni di attesa e trattative, con un numero imprecisato di telefonate intercorse tra il leader campano e l’ex premier, Silvio Berlusconi, è proprio l’ex sottosegretario all’Economia. La protezione offertagli dal Cavaliere è venuta meno. Gli accordi tra Lega e Pdl non hanno retto alla conta a cui è stata chiamata la Giunta per le Autorizzazioni della Camera, la quale si è pronunciata sulla richiesta di arresto di Cosentino avanzata dai giudici della Dda di Napoli. Undici i “sì” e dieci i voti contrari, anche se il fiato resta sospeso fino a giovedì, in quanto l’ultima parola spetta all’Aula di Montecitorio. Il coordinatore del Popolo della Libertà potrebbe anche seguire l’esempio di Lavitola che, con un colpo di scena, ha “spiccato il volo”. E perché no a questo punto Cosentino potrebbe proprio recarsi  in Tanzania. E’ accusato di concorso esterno in associazione camorristica. Avrebbe favorito gli interessi del clan, impegnandosi in prima persona per ottenere un prestito dall’Unicredit che sarebbe servito a costruire un centro commerciale a Casal di Principe. Nemmeno l’ultima carta, quella del “fumus persecutionis” è servita a scoraggiare i colleghi parlamentari. Parole inutili quelle contenute nella riflessione portata all’attenzione dei componenti della Giunta per le Autorizzazioni della Camera. I giochi, infatti, erano stati già decisi la sera prima al termine della lunga direzione generale della Lega Nord.  

Assunta Ferretta

venerdì 23 dicembre 2011

Vittorio Pisani a processo, l'eroe dell'anti-camorra per i giudici è una gola profonda


NAPOLI - L’onore del trionfo non gli ha risparmiato l’onere del giudizio. L’ex dirigente della Squadra mobile di Napoli, Vittorio Pisani, dovrà essere processato insieme ad altre diciassette persone. Lo ha deciso il gup di Napoli, Francesca Ferri, che ha accolto integralmente le richieste formulate dall’accusa. La prima udienza per l’uomo che ha catturato l’ex latitante Michele Zagaria è fissata per il ventiquattro gennaio. Pisani si dovrà difendere dall’accusa di rivelazione di segreto, favoreggiamento, abuso d’ufficio e falso. Con lui alla sbarra anche i fratelli Marco, Massimiliano e Carmine Iorio, nonché l’ex contrabbandiere e usuraio Mario Potenza con i figli Bruno Salvatore e Assunta. L’odissea giudiziaria dell’ex capo della Mobile è iniziata il trenta giugno, quando gli è stato notificato il divieto di dimora a Napoli disposto dalla Dia. Secondo gli inquirenti avrebbe avuto rapporti stretti con Marco Iorio al punto da “rivelare il contenuto di alcune annotazioni redatte dall’ufficio che stava conducendo le indagini”. Inoltre, avrebbe “arrecato un serio pregiudizio alle indagini, - come si legge da una nota della Procura - specialmente sotto il profilo della compiuta individuazione dei beni da sequestrare a Iorio”. Un curriculum vitae di tutto rispetto quello di Pisani, ma che non è servito a fermare la longa manus della legge. Per lui nessuno sconto, nonostante abbia coordinato in modo “eccellente” - come ha avuto modo di ribadire il capo della Polizia Antonio Manganelli - le operazioni che hanno portato all’arresto - dopo quindici anni - dell’ex capo dei Casalesi. Il sette dicembre la foto di Pisani appariva su tutti i giornali nazionali. Il suo volto era in evidenza dietro a quello del super boss. Scatti che hanno reso meno gloriosa la festa, visto che era in corso una “guerra fredda” tra la Procura di Napoli e la direzione centrale della Polizia. Ore frenetiche quelli antecedenti la cattura del latitante. Momenti resi ancora più incandescenti dalla presenza, tra gli oltre centocinquanta agenti, dell’ex capo della Mobile. Fino alla fine, infatti, c’è stato un via vai di telefonate per capire in quale Questura doveva essere consegnato Zagaria. Napoli o Caserta? Nel primo caso Pisani avrebbe dovuto allontanarsi. Il divieto di dimora nella città partenopea non gli consentiva di seguire tutte le operazioni. Un rinvio a giudizio quello firmato dal gup che getta pesanti ombre sull’operato di Pisani e “fa crollare” anni e anni di lotta che lui e la sua squadra hanno condotto contro la criminalità organizzata. L’ex capo della polizia non è di origini napoletane, ma calabrese. Un meridionale che ha lavorato sul campo sin dai primi esordi in polizia. E’ da ventitre anni che vive ed opera nella città partenopea. Ha consegnato alla giustizia grossi criminali, latitanti e boss dal calibro di Michele Zagaria. La passione per i libri lo ha consacrato scrittore. E’ suo lo scritto “Sul potere degli informatori” che oggi va riletto con occhi nuovi, soprattutto dopo i rapporti che avrebbe - secondo la Dia - trattenuto con Salvatore Lo Russo, suo confidente. Una verità, quella giudiziaria, ancora tutta da dimostrare.

Assunta Ferretta

giovedì 22 dicembre 2011

Paolini e Follegot (Lega Nord) salvano Cosentino (Pdl). Il voto per l'arresto slitta al 10 gennaio



ROMA – Un Natale e un Capodanno da uomo libero per Nicola Cosentino. La Giunta per le Autorizzazioni della Camera ha rinviato il voto sul deputato Pdl al 10 gennaio alle ore 14. La maggioranza si è ricompattata. E non sono mancati i commenti da parte dell’opposizione. Secondo la democratica Marilena Samperi: “Il voto è stato rinviato per dare alla Lega il tempo di ripensarci visto che era corsa voce che fosse favorevole alla custodia cautelare in carcere”. Parole. Voci. Sospetti che confermano quanto delicata sia la posizione del coordinatore campano del Popolo della Libertà. La mossa che ha fatto saltare l’accordo è la memoria difensiva presentata dallo stesso indagato. Oltre 1160 pagine che hanno accompagnato la domanda di autorizzazione all’arresto. Un fascicolo che stato accompagnato alla richiesta di rinvio del voto da Vincenzo D’Anna, deputato di Popolo e Territorio. Rinvio che è passato con 11 voti favorevoli e dieci contrari. Per poco Cosentino non ha rischiato di finire in manette. A salvare il deputato sono stati i voti dei due leghisti Luca Paolini e Fulvio Follegot, i quali non ancora hanno sciolto la riserva. I primi a puntare l’indice contro il Pdl sono stati i dipietristi. Duro il commento di Antonio Di Pietro: “Vogliono salvare Cosentino e proteggere Gomorra”. Poi l’ex magistrato si è lasciato andare ad un’analisi del voto: “Forse, - ha detto – la Lega ha ritrovato la sintonia di sempre con il Pdl. O ancora vogliono continuare a navigare nell’ambiguità”. Non è tardata ad arrivare la replica di Paolini: “La nostra è stata solo una decisione dettata dal buon senso. Non è possibile – ha spiegato l’onorevole della Lega – che Cosentino dal 2001 ad oggi è stato ascoltato dai pm soltanto ieri”. Se per Cosentino è slittato tutto all’anno prossimo, diversa è stata la decisione per Saverio Romano. Infatti, l'Aula della Camera ha concesso l'autorizzazione all'uso delle intercettazioni nei confronti dell'ex ministro dell'Agricoltura Saverio. La votazione è avvenuta a scrutinio segreto. I voti a favore sono stati 286, 260 i no. Quattro gli astenuti. "Così come avevo chiesto in giunta, l'autorizzazione delle intercettazioni mi potrà solo aiutare a dimostrare la mia estraneità ai fatti che mi si contestano". Sono state queste le dichiarazioni rilasciate da Saverio Romano, coordinatore nazionale Pid (Popolari Italia Domani). L'autorizzazione della Camera riguarda l'utilizzo di intercettazioni disposte dalla Procura di Palermo a carico dell'ex ministro dell'Agricoltura Saverio Romano nell'ambito del fascicolo d'indagine in cui il politico è indagato, insieme al senatore Psi, ex Pdl, Carlo Vizzini e all'ex governatore siciliano Toto' Cuffaro, di corruzione aggravata dall'avere agevolato la mafia. Si tratta di 25 telefonate che dimostrerebbero che il ministro Saverio Romano –scrisse il gip nella richiesta all'uso - sarebbe stato a disposizione di un sistema affaristico-politico-mafioso avente al centro le attività del Gruppo Gas di Massimo Ciancimino. Su Romano pende inoltre la richiesta di rinvio a giudizio per concorso in associazione mafiosa. Proprio ieri il gip di Palermo Fernando Sestito ha respinto, dichiarandola manifestamente infondata, l'eccezione di legittimità costituzionale della norma che regola l'imputazione coatta presentata dai legali di Romano. I difensori, gli avvocati Raffaele Bonsignore e Franco Inzerillo, avevano eccepito l'incostituzionalità della disposizione di legge che non prevede, l'avviso di conclusione delle indagini, nei casi di imputazione coatta: fattispecie che ricorre nella vicenda Romano per cui la procura aveva chiesto l'archiviazione, mentre il Gip ha obbligato il Pm a formulare l'imputazione.

Assunta Ferretta

venerdì 9 dicembre 2011

Camorra, il "Re" è nudo: arrestato Michele Zagaria


Il boss dei Casalesi Michele Zagaria, davanti la Questura di Caserta

CASERTA - “Il re è nudo”. Dopo sedici anni di latitanza è finita la fuga di Michele Zagaria. Un nome che adesso, a distanza di anni, ha un volto. Un uomo che grazie ad una fitta rete di fiancheggiatori è riuscito sempre a scappare alla cattura. Questa volta no: il super boss della camorra casalese è stato preso dagli uomini dello Sco e dai poliziotti delle squadre mobili di Caserta e Napoli. Una sinergia tra reparti speciali che ha dato i suoi frutti. E’ stato costretto ad arrendersi. Per lui non c’è stata nessuna via di fuga. Era nascosto in un bunker all’interno di un’ abitazione in via Mascagni, a Casapesenna. Quando c’è stata l’irruzione non ha opposto resistenza. Anzi, quando ha capito che non c’era scampo ha chiesto agli agenti di fermare i martelli pneumatici perché altrimenti lo avrebbero ucciso. Poi l’ironia di chi a lungo ha preso in giro le forze dell’ordine: “Ha vinto lo Stato, – ha detto – avete vinto voi”. Una battuta ironica prima di uscire allo scoperto, prima che fotografi e reporter potessero vederne i lineamenti, dare una identità al numero uno dei Casalesi. Per gli inquirenti non è stato facile il riconoscimento. Di lui si aveva solo una vecchia foto segnaletica e un identikit elaborato più di un anno fa dalle forze dell’ordine. Difficile seguire le sue tracce visto che non aveva una famiglia, una compagna e degli affetti solidi. L’ultimo capo dei capi viveva da misantropo. Uno status che gli ha facilitato la latitanza. Era un’ombra che si aggirava nelle strade strette di Casal di Principe, Villa Literno, San Cipriano d’Aversa e Casapesenna. 

Da sinistra a destra Michele Zagaria, l'ultima foto segnaletica, la ricostruzione digitale dell'identikit e il vero boss nella segnaletica dopo l'arresto.

Senza muoversi da casa impartiva ordini agli affiliati, gestiva gli interessi del gruppo malavitoso e l’immenso patrimonio economico del clan. Ed è stato proprio trovato in un bunker ricavato sotto una villetta al centro del paese. Non in una località esotica o in un paradiso fiscale. Per lui nessuna spiaggia da sogno, soltanto un cunicolo stretto e buio per potersi nascondere ed evitare così di finire con le manette ai polsi. Dovrà scontare un ergastolo. Inoltre, è accusato di associazione camorristica, omicidio, estorsioni e altri reati. Tutti contestategli nel corso degli anni. La sua cattura non è una vittoria per lo Stato, ma “La vittoria”. Con la detenzione di Zagaria resta poco della cosca messa in piedi da Francesco Schiavone e Francesco Bidognetti. Prima l’arresto di Antonio Iovine e, adesso, quello del numero uno hanno indebolito definitivamente il gruppo criminale. Nei giorni scorsi in cella ci sono finiti i fratelli del boss. Tutti dentro. Tutti sotto processo. Oggi un grande epilogo dopo anni di indagini, ricerche appostamenti e un centinaio di arresti volti a indebolire le fondamenta del gruppo criminale. Nel mosaico mancava il pezzo più importante, ossia il deus ex machina dei Casalesi. Oggi la camorra ha subito il colpo più duro: quello decisivo. Ha ragione il boss: lo Stato ha vinto e lo ha fatto in grande stile. Sul posto, oltre al questore di Caserta Giuseppe Longo, si sono recati l'aggiunto di Napoli Federico Cafiero de Raho, che è coordinatore della Dda, e il questore di Napoli Luigi Merolla. Pronti a brindare dopo anni di estenuanti ricerche.

Assunta Ferretta

L'arresto in tv/ La stanchezza di De Raho, il "vate" Saviano e il "Signor nessuno" Pisani

Il Pm Federico Cafiero de Raho e il giornalista Roberto Saviano

NAPOLI - "Poverino" Michele Zagaria se ne va senza gloria, lasciando la sua Casapesenna nelle “mani dei balordi”. E’ una scena da panico quella che La7 ha mandato in onda l’altra sera. Da Mentana c’era Federico Cafiero de Raho e c’era pure Roberto Saviano che a Casal di Principe è andato due volte mentre Casapesenna la conosce solo sulla cartina Michelin. In uno studio televisivo scorrevano le immagini della gente intervistata. Gente comune, gente di Casapesenna. Per loro l’arresto di Zagaria è una tragedia. Tolto il capo “del doman non v’è certezza”. Da intellettuale Saviano parla di vittoria dello Stato. Da magistrato, de Raho, ridimensiona tutta l’operazione, concludendo che è "solo l’apice di uno dei momenti più importanti per la lotta contro la criminalità organizzata". Parole: Il pm di Spartacus si limita ad analizzare i fatti senza andare oltre. L’autore di Gomorra no. Lui, Saviano, continua a parlare come se stesse sul pulpito, come unico detentore del vero. Fa bene a non approfondire con occhio critico e cinico. Meglio evitare di sapere quali e quanti misteri sono nascosti dietro la cattura del super boss. Saviano fa bene il suo monologo, evitando di toccare argomenti spinosi. Mette da parte la “vena investigativa” del giornalista. Fa da spalla al magistrato che non regge più la tensione della giornata. L’arresto eccellente c’è stato. Zagaria è stato tradotto nel carcere di Novara. Tutto è andato secondo copione. Gli agenti hanno esultato, brindato e si sono abbracciati. Ma una nota stonata c’era: Vittorio Pisani


Zagaria arrestato e, in secondo piano a destra, Vittorio Pisani l'ex Capo della Squadra Mobile di Napoli

Un nome che fino a poco tempo fa era sinonimo di garanzia per la lotta intentata dallo Stato contro la criminalità organizzati, ma che oggi è diventato impronunciabile. L’ex capo della polizia di Napoli è improvvisamente un “signor nessuno” per la procura. Dopo l’indagine che lo vede coinvolto è diventato un’ombra nascosta dietro il capo dei capi. Eppure se è vero che le sue capacità investigative hanno contribuito all’arresto, i conti non tornano. E’ strano. Quasi surreale che un uomo dello Stato “cacciato” da Napoli arrivi all’improvviso per porre fine - dopo sedici anni - alla latitanza di Zagaria. Così come sono quasi sorprendenti le coincidenze. Prima la richiesta d’arresto per Nicola Cosentino, poi la cattura della primula rossa e ancora Francesco Schiavone che dopo mesi di silenzio ritorna a parlare. Sarà forse una coincidenza anche la confessione di Anna Carrino a pochi giorni dalla richiesta di custodia cautelare emessa nei confronti del parlamentare? Molti misteri sulla vicenda dell’arresto di Zagaria. Forse qualche ombra di troppo come quella che aleggiava negli occhi stanchi di Pisani. La camorra si combatte con molte incertezze. E questo de Raho lo tace, mentre Saviano continua a fare il vate.

Assunta Ferretta

martedì 6 dicembre 2011

Camorra e politica. Dopo le "profezie" di Anna Carrino, di nuovo nel ciclone Cosentino e Cesaro

Il Presidente della Provincia di Napoli, Luigi Cesaro, 
e il deputato Nicola Cosentino, leader campano del Pdl 

NAPOLI - Il fattore “C” colpisce ancora. L’ingranaggio perfetto di connivenza, convenienza e convivenza rende schiavi tutti ma incatena soltanto le “quarte file”. I famosi “colletti bianchi” riescono sempre ad aggirare l’ostacolo. Per loro non c’è magistratura che tenga. Ordinanza che li fermi. Sistema giudiziario che gli impedisca di continuare “a delinquere”. “I potenti” sono sempre “immuni”, sempre “forti”. Soprattutto quella categoria che la politica mette nel limbo dorato per evitargli il carcere. Centrodestra o centrosinistra poco conta. Basta che siano volti noti del panorama nazionale e potenti nei loro paesi di origine. Gente che ha un peso nelle stanze del potere criminale e politico. Questo vale al di là del credo politico e della bandiera sotto la quale a proprio uso e consumo ci si continua a nascondere. Se conti – oltre ogni populismo – sei destinato ad un altro tipo di ordinamento giudiziario, quello garantista al mille per mille. La magistratura ci riprova a stringere le manette ai polsi di Nicola Cosentino e ad indagare sul conto di Luigi Cesaro. Il primo, ex Sottosegretario all’Economia del governo Berlusconi e il secondo, presidente della Provincia di Napoli. Entrambi legati da lunga amicizia e anni di militanza politica. Entrambi uomini fidati dell’ex premier. Secondo i pm si sarebbero recati ad un incontro all’Unicredit di Roma per ottenere un finanziamento volto a favorire la costruzione di un centro commerciale a Casal di Principe. Struttura che sarebbe servita al potente cartello criminale per continuare a riciclare denaro sporco. Il terremoto giudiziario non ha colpito solo Nicola Cosentino. Nel mirino della magistratura oltre al responsabile della filiale Unicredit di Roma Tiburtina Cristoforo Zara e al responsabile della gestione crediti per il Sud Italia di Unicredit Alfredo Protino, altri quarantasette personaggi del mondo politico locale e della camorra: Marcello Bianco, Mario Cacciapuoti, Antonio Cantello e Arturo Cantiello, Salvatore Catiello. Maurizio Capasso, Salvatore Capasso, Gian Giuseppe Carpenedo, Francesco Cavalieri, Alessandro Cirillo, Antonio Corvino (ex assessore di Casal di Principe), Caterina Corvino, Demetrio Corvino, Luigi Corvino, Nicola Corvino, Cipriano Cristiano (ex sindaco di Casal di Principe), Nicola Di Caterino, Gennaro Diana, Gianluca Diana, Mario Diana, Vincenzo Falconetti, Angelo Ferraro, Serbastiano Ferraro (consigliere provinciale), Luigi Fichele, Marco Galante, Mario Iavarrazzo, Alberto Francesco La Rocca, Mauro La Rocca, Luigi Lagravagnese, Alfonso Letizia, Giovanni Lubello, sposato a Katia Bidognetti, Andrea Pierpaolo Macciò, Giuliano Martino, Flavio Pelliccioni, Francesco Petito, Silvio Prosperi, Massimo Russo, Antonio Russo, Nicola Schiavone, Vincenzo Schiavone,  Raffaele Bidognetti, Raffaele Cerullo, Bernardo Cirillo, Francesco Cirillo, Giuseppe Diana, Francesco Di Maio, Salvatore Iorio, Guido Mercurio, Maria Assunta Di Lauro, moglie di Elio Natale, Stefano Di Rauso, Gaetano Iorio, Rossano Tirabassi, Giuseppe Valmassoni. Per questi ultimi cinque indagati, dalla Di Lauro fino a Valmassoni, sono stati disposti gli arresti domiciliari. A evitare la cella, per il momento, sarà solo Cosentino in quanto si dovrà attendere il parere della Camera, chiamata per la seconda volta a decidere se rigettare o accogliere la misura di custodia cautelare nei confronti del parlamentare. Ci risiamo. Anche nel novembre del 2009 l’ex Sottosegretario ha solo rischiato di finire in carcere. Sfumate le polemiche, che lo hanno costretto a rassegnare le dimissioni dal ministero guidato da Tremonti, è rimasto a Montecitorio come se niente fosse accaduto. Eppure su di lui sono state mosse accuse pesanti. Dichiarazioni che lo hanno costretto ad uscire dalla tranquilla Caserta per sedere su uno dei salotti televisivi più rinomati della politica italiana e difendersi pubblicamente. E’ a “Porta a porta” che Cosentino cercò di controbattere alle accuse mossegli da Gaetano Vassallo, ex imprenditore nel settore rifiuti. Il parlamentare dichiarò a Bruno Vespa di non aver mai incontrato personaggi malavitosi. E, soprattutto, di non aver mai cercato di favorire gli interessi che la cosca aveva nel grande business della gestione dell’immondizia. Tutto questo avveniva mentre Napoli soccombeva sotto il peso dell’ennesima emergenza. Vassallo, per Cosentino, era “un cocainomane utilizzato dai magistrati per screditarlo”. Si parlò addirittura di “magistratura ad orologeria”. Mettendo in piedi una teoria del complotto che lo avrebbe visto immolato come un agnello sacrificale alla causa del Pdl. Fatti e circostanze che, nonostante tutto, sono ancora al vaglio del giudice della prima sezione del tribunale di Santa Maria Capua Vetere. Quello stesso palazzo di giustizia nel quale – qualche giorno fa - si è recata Anna Carrino per depositare un’ulteriore confessione che tira in ballo proprio Cosentino. ll parlamentare, a detta della Carrino, avrebbe favorito il figlio del boss di Napoli, Raffaele Stordler. Il clan, tramite Lubello (genero di Bidognetti anche lui finito in cella nel corso dell’operazione denominata “Il principe e la scheda ballerina”), avrebbe chiesto al Sottosegretario di intercedere affinché il giovane potesse prestare servizio militare senza allontanarsi da Napoli. Cortesia che il politico avrebbe fatto senza batter ciglio. Adesso la Carrino da messaggera di morte è diventata profetessa “di sinistri messaggi” soprattutto per il leader campano del Popolo della Libertà. Non sarà un caso che a distanza di pochi giorni da quella deposizione apparsa su tutti i giornali è stato emesso il provvedimento restrittivo nei confronti del responsabile regionale del Pdl. Se il futuro di Cosentino è appeso ad un filo, diversa è stata la sorte dell’ex sindaco di Villa Literno, Enrico Fabozzi. Per lui i cancelli del carcere si sono aperti immediatamente. L’ex consigliere regionale del Pd non ha potuto godere della famosa “immunità”, non essendo un parlamentare. Il quindici novembre, quando i carabinieri hanno bussato alla sua porta è stato costretto a seguirli. E’ ancora in cella con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Secondo quanto avrebbero accertato i carabinieri coordinati dalla Dda di Napoli, proprio in qualità di ex sindaco di Villa Literno, Fabozzi avrebbe stretto un patto con il clan dei Casalesi, in particolare con il gruppo capeggiato dal boss Domenico Bidognetti, per procurarsi appoggi elettorali in cambio di appalti. Con lui sono state arrestate altre otto persone. Per loro l’accusa è stata di estorsione, turbativa delle operazioni di voto mediante violenza e minaccia, corruzione, impiego di denaro di provenienza illecita e ricettazione, reati tutti aggravati dalla finalità di agevolare il clan «dei casalesi». Sicuramente Fabozzi non se la caverà con poco, visto che nell’ordinanza sono stati anche ricostruiti ipotetici rapporti con l’ex latitante Antonio Iovine.

Assunta Ferretta