Periodico di attualità, politica e cultura meridionalista

lunedì 20 agosto 2012

L'EDITORIALE/ Monti fa l'ottimista e non vede l'autunno caldo


CASERTA - Monti intravede la fine della crisi. O è un estremo ottimista oppure un inguaribile bugiardo. Propendo per la seconda ipotesi. Il pinocchietto Monti continua a sbandierare a destra e a manca che tutto va bene. Ci ricorda qualcuno. Ci ricorda quel Berlusconi ultima maniera che si faceva in quattro ogni dì per sostenere che la crisi, tutto sommato, non stava toccando gli italiani e che i ristoranti (poveri ristoratori che faranno la felicità di politici ed economisti solo quando chiuderanno per mancanza di clientela!) erano sempre pieni. Monti fa di più, perché all’ottimismo berlusconiano poco adatto ad un tecnico, aggiunge quella punta di dico e poi smentisco che ha fatto la rovina del politico. Così già a marzo e a giugno aveva intravisto la fine della crisi, salvo poi ad aprile e luglio mazzolare ben bene, gli italiani con tasse, gabelle e questionari dell’Agenzia delle Entrate e dell’Equitalia. Il tutto con la scusa del precipizio che si allarga giorno dopo giorno. Circostanza che ci fa credere che questo autunno sarà veramente “caldo” come la Fornero, profetica pur senza lacrime, ha annunciato. Sono almeno tre i fronti che renderanno caldissimo l’autunno. In primo luogo dalla prosecuzione della folle politica del tassa e non spendi che sta uccidendo, quello che resta, delle piccole e medie imprese, le quali costituiscono l’ossatura portante dell’apparato produttivo di questo sgangherato paese. In secondo piano c’è il declino dell’euro e il continuo manifestarsi della inefficienza della burocrazia di Bruxelles. Non ci sono state aperture alla Grecia e alla Spagna, il cui stato comatoso è ormai evidente nonostante tutto l’impegno di Samaras e Rajoy per dimostrare la vitalità eurofila dei due paesi, e la Germania, complici Olanda e Finlandia, ha praticamente mandato a monte la partita del Meccanismo di salvaguardia Europea (Deo gratias), l’unico strumenti che la geniale mente dei grigi di Bruxelles era riuscito a farsi venire in mente per “salvare” gli Stati in difficoltà. L’uscita dalla Grecia dall’euro è tecnicamente possibile. Lo ha detto il responsabile dell’eurogruppo Junker. I giornali finlandesi hanno parlato di un piano già pronto per accompagnare i greci alla porta, stessa cosa che fece la stampa tedesca qualche mese fa. Piani segreti e smentite che non riescono a nascondere la dura realtà dei fatti. Terzo elemento è quello, molto sottovalutato, della fame che avanza nel Sud del mondo. Il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha lanciato l’appello alle plutocrazie (poco) democratiche di tutto il mondo, dal Canada alla Cina, dal G8 al G20, tutti insieme per risolvere il problema delle carestie che sta affliggendo i Sud del mondo. A causa delle anomalie temporali, ma soprattutto per via di poco accorte scelte di politiche di sviluppo e di sostegno al cosiddetto Terzo Mondo, sempre più paesi corrono il rischio di ritrovarsi con le coltivazioni distrutte. L’estate 2012 è la più arida degli ultimi dieci anni e i danni rischiano di diventare incalcolabili. Obama ha lanciato l’allarme non per spirito umanitario ma perché gli Stati Uniti sono coinvolti in prima linea nel dramma della carestie. Numerosi stati americani rishciano di vedere annullata la propria capacità produttiva. Questo porterà ad un aumento alle stelle dei beni di prima necessità. Il “Terzo mondo” sarà ancora più povero e affamato e quella migrazione dei popoli, ripresa con il primo sbarco di 400 migranti a Lampedusa, rischia di riprendere con maggiore forza. A queste tre grandi problematiche, e all’incapacità delle classi dirigenti mondiali di risolverle, si aggiungono le previsioni autunnali sui “piccoli problemi”, dalla benzina in aumento alla crisi siriana, dall’Ilva ai conflitti religiosi ed etnici, che contribuiranno a destabilizzare il quadro. Insomma, l’autunno caldo è alle porte, meno male che c’è Monti l’ottimista.

ROBERTO DELLA ROCCA


venerdì 17 agosto 2012

Incendi estivi, Sud all'avanguardia nella prevenzione e nella cooperazione


NAPOLI – Oltre 50 incendi al giorno con punte comprese tra gli 80 e i 100 roghi. Questo il bilancio provvisorio di questa estate 2012 mentre una nuova ondata di caldo dal Marocco sta per investire la penisola italiana. In prima linea, a combattere contro le fiamme, gli uomini dei Vigili del Fuoco e della Guardia Forestale. Lo fanno, molte volte, a rischio della propria vita in condizioni durissime come dimostrato dalla recentissima polemica che si è aperta sui mezzi forniti dal ministero e rivelatisi non idonei a tutelare dal fuoco. Il caso di guanti e caschi a norma ma non sufficienti a salvare la pelle rischia di diventare un vero e proprio problema per il ministero ma, in questi giorni, più che le polemiche conta il grande lavoro che si svolge per salvare migliaia di ettari a rischio. Il problema riguarda anche il Sud dove numerose aree vengono date alle fiamme. Le Regioni più colpite dal fenomeno sono la Sicilia e la Calabria, dove ai turisti distratti, ai fumatori incoscienti e ai piromani si aggiunge la mano della criminalità organizzata. Eppure proprio nel Sud ci sono aree di eccellenza, come ci viene confermato dal calabrese Mario Falbo, oggi alla guida del Comando dei Vigili del Fuoco di Caserta e già vicecomandante regionale a Napoli e a capo del comando di Torino nei mesi delle Olimpiadi invernali. Incontrato durante la nostra inchiesta sul mondo del lavoro, il Comandante ha confermato che la Campania si conferma come modello positivo e come esempio per tutto il paese nella lotta agli incendi grazie alla forte sinergia che si è creata nel tempo tra i comandi provinciali e le istituzioni del territorio. Non solo, dunque, i forti collegamenti tra Guardia Forestale e Vigili del Fuoco ma anche tra questi ultimi e le amministrazioni provinciali e comunali, le Prefetture, le Forze dell’ordine, circostanza che consente una maggiore incisività negli interventi. Un settore, quello della lotta agli incendi, dove il divario Nord – Sud non è percepito. “A differenza di quanto si può pensare tutto il paese è all’avanguardia nella lotta agli incendi rispetto ai vicini europei – dichiara il Comandante Falbo – il forte clima di collaborazione che si è instaurato tra i vari comandi provinciali, campani ed extraregionali, consente di arrivare sui luoghi degli incendi molto più rapidamente e i rapporti con le istituzioni e con le scuole ci permettono di effettuare una campagna di prevenzione che è, forse, più importante della stessa opera di spegnimento”. Proprio quello della prevenzione è uno dei temi fondamentali recentemente tornato alla ribalta a seguito delle denunce di Legambiente. Gli ambientalisti, dopo i numerosi e pericolosi roghi siciliani, hanno denunciato la scarsa opera di lotta ai cattivi costumi e la mancanza di corsi di buon comportamento nei boschi che rendono dolosi la maggior parte degli incendi divampati sull’isola. Il bilancio provvisorio resta però positivo. Nonostante l’alto numero di roghi segnalati il rapido intervento è, fino ad ora, riuscito ad evitare il peggio nella maggior parte dei casi ma bisognerà attendere la fine del mese per i dati definitivi di questa caldissima estate.

PAOLO LUNA

mercoledì 1 agosto 2012

Il ritorno di De Magistris-barricadero. Querela Realfonzo e annuncia la rivoluzione arancione...


NAPOLI – Due annunci shock nel giro di poche ore. Troppo per il primo cittadino di Napoli che ha parlato alla stampa avvisando il suo ex assessore Riccardo Realfonzo e il suo leader Antonio Di Pietro. Al primo l’annuncio di una querela, al secondo un avviso di sfratto. Andiamo per gradi. Riccardo Realfonzo, è stato per diversi mesi assessore al Bilancio nonché amico personale del primo cittadino. Dopo il suo allontanamento dalla carica il silenzio poi, come nella migliore tradizione, i panni sporchi sono stati portati in piazza, in particolare sulle pagine online del Fatto Quotidiano che ha titolato “Populismo e passerelle, così de Magistris ha tradito la rivoluzione arancione”. Troppo per il Sindaco che ha dato mandato ai suoi avvocati di sporgere querela per diffamazione. Cifra richiesta? Un milione di euro. Secondo il Sindaco si tratta di una lunga serie di falsità. Ma cosa ha detto Realfonso. Si è tolto “soltanto” qualche macigno dalle scarpe. Secondo il suo ex amico assessore Re Luigi si è dedicato soltanto ai grandi eventi e ha rinunciato a risolvere i veri problemi della città, quelli che avevano spinto la maggioranza dei napoletani ad eleggerlo. Ma non è solo una questione di rivoluzione tradita. Il problema è ben più grave visto che Realfonzo gestiva un settore, di questi tempi, delicatissimo, quello del Bilancio. La ricetta dell’assessore discordava da quella del Sindaco e, questo, fin da subito. Per Realfonzo bisognava dichiarare subito dissesto o avviare una politica di ferrea austerità. De Magistris non ha voluto il dissesto ma, per l’amico di un tempo, non ha voluto applicare le norme di austerità necessari. Tra i provvedimenti boicottati o bocciati da De Magistris, secondo Realfonzo, la richiesta di una task force anti evasione, la ristrutturazione degli uffici comunali e la dismissione delle società partecipate fonte di sprechi e disservizi. Un dibattito serrato che si è presto trasformato in una dura lotta che è andata avanti fino a che il Sindaco non ha sfiduciato il suo assessore, cacciandolo dalla Giunta. Dopo l’intervista la querela con una precisazione decisa da parte di De Magistris. “E tutto falso, se fosse vero come mai Realfonzo ha aspettato il licenziamento invece di andarsene e denunciare tutto il mal governo di Napoli?”. Una domanda a cui Realfonzo avrà modo di rispondere nel tempo in cui si dibatterà della causa di diffamazione. Nel frattempo, profittando della situazione, De Magistris ha messo in guardia Giuseppe Narducci, altro assessore fuoriuscito recentemente. Il primo cittadino ha sostenuto che Narducci ha lasciato spontaneamente e non per sfiducia del Sindaco. Una precisazione che sa tanto come di avviso a non esagerare con le dichiarazioni sulla stampa. Come se non bastasse, a distanza di poche ore, il secondo annuncio importante, quello diretto al suo leader. Le liste arancioni si faranno, una in ogni città d’Italia, questo l’intento del primo cittadino di Napoli. Lo ha riferito in una lunga intervista rilasciata al Corriere del Mezzogiorno dove ha parlato di tutti i principali problemi della città. Il movimento arancione si farà per evitare l’esplosione della rabbia popolare nel prossimo autunno che il Sindaco prevede sarà “caldo”. Una eventualità che non è da escludere ma sarà difficile che il movimento arancione potrà “evitare” la rivoluzione o le rivolte che saranno causate dagli ultimi anni di malgoverno di questo paese. Senza considerare il problema del collocamento politico della lista. Antonio Di Pietro, patron dell’Italia dei Valori, è stato, proprio in queste ore, abbandonato dall’alleato in pectore Nichi Vendola che gli ha preferito l’Udc di Casini. Adesso il suo principale competitor interno annuncia la nascita di un proprio movimento, senza considerare che potrebbe trovare il sostegno di altri Sindaci, primo tra tutti il rieletto Leoluca Orlando di Palermo. Una mossa che Di Pietro deve tenere sotto controllo. Il movimento arancione non potrà spaccare in due l’Idv altrimenti Di Pietro rischia di restare fuori dai giochi. A questo punto bisognerà vedere se De Magistris si accontenterà di fondare un movimento per le amministrative e aggregare i suoi sostenitori sotto il gabbiano dell’Idv. Sul punto il Sindaco non ha chiarito e sicuramente su questo ci sarà battaglia prima del caldo autunno che ci aspetta.

FAUSTO DI LORENZO

L'EDITORIALE/ L'Ilva, quando la lotta è dura. Ma non contro il padrone


TARANTO - L'Ilva è il centro siderurgico ex-Italsider, di proprietà del Gruppo Riva, leader del settore in Italia, e quarto in Europa. Come si sa, la presenza dell'Ilva, che è nata all'inizio del novecento, ha reso Taranto una delle città più inquinate d'Europa. “Meglio morire, forse, di tumore che sicuramente di fame” è probabilmente ciò che si son detti gli 8mila operai dell'Ilva di Taranto che hanno manifestato contro il sequestro disposto dal Gip Patrizia Todisco. La chiusura dell'area a caldo interesserebbe, infatti, contando l'indotto, 20mila famiglie. Ma torniamo indietro di qualche giorno: il 26 Luglio, mentre si teneva a Roma, presso il Ministero dell'Ambiente, un vertice che stabiliva una Road Map per un risanamento dell'Ilva che non incidesse sulla produzione, viene disposto dal Gip Todisco il sequestro degli impianti, poiché, secondo le indagini epidemiologiche, l'Ilva causerebbe «malattia e morte». Contestualmente, il ministro dell'Ambiente Corrado Clini dichiarava al Sole24Ore in un’intervista che il giudizio sui rischi connessi all'Ilva andava “attualizzato”. La strada intrapresa dal Governo per quanto riguarda la questione dell'Ilva è stata sempre all'insegna della prudenza: chiudere l'area a caldo di Taranto significa bloccare l'intero stabilimento e conseguentemente anche gli altri, e cioè quelli di Genova, Novi Ligure, Patrica e Racconigi. È facile dunque capire perché la decisione del Gip abbia dato il via alle grandi proteste che continuano in questi giorni. Ma ci sono delle domande che sorgono naturali quando si esaminano le posizioni dei sindacati di categoria: riassumendo, i sindacati (unitariamente) polemizzano perché viene fermata la produzione. Ecco qui la tanto vecchia quanto irrisolta domanda: “Il sindacato deve tutelare il lavoratore o il posto di lavoro?”. Alla domanda è importante rispondere, perché se la risposta è la prima, allora non ci si spiega perché non abbiano in passato protestato per ciò che i lavoratori, e non solo loro, hanno subìto dall'Ilva: sarebbe a dire l'inquinamento che ha portato un eccesso di mortalità della popolazione tarantina ed un'elevata incidenza di patologie croniche. Ma il fatto è che i sindacati preferiscono salvaguardare il posto di lavoro: nel comunicato unitario (firmato da Fiom, Fim e Uilm) vi è un ringraziamento alla dirigenza dell'Ilva e si auspica che il Tribunale del Riesame garantisca l'operatività degli impianti. E poi ancora: “E' giusto prendersela con le Istituzioni e non con i diretti responsabili, ovvero i dirigenti dell'Ilva?”. Qui la risposta pare sospesa. Per Maurizio Landini, segretario generale della Fiom/Cgil: “non è vero che cessando le attività si bonificano e si risanano i ceti produttivi” e ancora “vogliamo fare la cosa più difficile cosa che ci sia da fare in questo momento: ovvero continuare le attività per bonificare e risanare anche le aree”. Viene da chiedersi se questo sia davvero lo stesso Landini che se la prendeva con Marchionne, perché non gli somiglia neanche un po'. Fatto sta che il comunicato delle tre sigle confederali  proclama per il 2 agosto una “giornata di lotta” (contro chi? Non si sa.), attendendo il giudizio del Tribunale del Riesame, che, se la pensa come Clini, farà un grave dietrofront. La situazione probabilmente tornerà uguale a prima. Vince il lavoro? La salute (non) ringrazia.

SALVATORE FAVENZA

Il Giornale del Sud numero 6, le collaborazioni di Dicè e Iannaccone, il sommario e "il dittatore"...


CASERTA - Un numero particolarmente ricco quello che presentiamo in questo caldo agosto. Un numero che vede per la prima volta la nuova testata e una precisazione, che si è resa necessaria dopo alcune insinuazioni poco corrette che ci permettono di sottolineare come il Giornale del Sud non riceve alcun finanziamento pubblico e dunque esce e vive del consenso dei lettori e degli incassi pubblicitari. Un numero che ritarda l’uscita rispetto al previsto per via dell’improvvisa morte del consigliere del Presidente della Repubblica Loris D’Ambrosio coinvolto nelle indagini della Procura di Palermo sui fatti del ’92 come aiuto di Nicola Mancino (ex Ministro degli Interni rinviato a giudizio con altri 11 per falsa testimonianza). Questo evento ci ha costretto, come si dice in questi casi, a “fermare le rotative” per un rapido aggiornamento. Rapido e necessario visto che questo nuovo numero de “il Giornale del Sud” si occupa in apertura proprio dell’indagine di Palermo e, in particolare, dell’atteggiamento di Giorgio Napolitano che ha utilizzato tutti i mezzi a sua disposizione per fermare la pubblicazione e anche l’uso delle intercettazioni delle telefonate sue e dei suoi collaboratori. Tutte telefonate che, a detta dei Procuratori di Palermo, dimostrerebbero la falsa testimonianza di Mancino e il suo coinvolgimento nella trattativa Stato Mafia. Napolitano, per carità, si è comportato in modo legittimo. Ha utilizzato i codici e le norme previste per tutelare sé stesso e i suoi consiglieri e non diciamo il contrario. Contestiamo il modo di fare arrogante e a senso unico. Contestiamo l’opportunità politica di intralciare una delle indagini più importanti degli ultimi 30 anni. Contestiamo il pensiero unico totalitario che si è importo in questo paese al grido del politicamente corretto. Per questo motivo usiamo, a mo’ di iperbole, il titolo dell’ultimo film di Sascha Baron Cohen per fare un bilancio dei sette anni al Quirinale di Napolitano che concluderà il mandato nella prossima primavera, salvo sorprese. Altro tema importante è quello dei fondi “scippati” al Sud a causa di una norma introdotta dalla Lega Nord e avallata dal Sottosegretario allo Sviluppo Economico, il napoletano Guido Improta, vero e proprio modello dell’ascaro che ha appoggiato la richiesta leghista che ha annullato gli effetti pro - Sud del decreto del Ministro Passera, il quale, dal canto suo, tace. Interessante l’intervista all’Ecologista tarantino Fabio Matacchiera che interviene sull’attuale tema dell’Ilva che da decenni rappresenta la dimostrazione più chiara della colonizzazione imperante al Sud. Altro tema che troverete in primo piano su questo numero è quello delle crisi aperte nel Mediterraneo, dalla imminente guerra Turchia – Siria, alle elezioni in Egitto e Libia, dalle proteste spagnole a quelle greche passando dai forconi siciliani che sono nuovamente scesi in piazza nonostante il silenzio dei media. Ma non solo questo. Con molto piacere cominciano a collaborare con il Giornale del Sud Nando Dicè, responsabile del Movimento Insorgenza Civile, e Antonio Iannaccone, del Fronte di Liberazione della Napolitania, autori di due editoriali che affiancano il nostro editorialista “storico” Michele Furci. Gli editorialisti, che ci auguriamo saranno i primi di una lunga serie per dimostrare la profonda attenzione de il Giornale del Sud verso il meridionalismo nelle sue diverse accezioni, sono affiancate dal lavoro di numerosi collaboratori che, in questo numero si occupano del Meccanismo “Salva Stati”, della Summer School organizzata dai Maestri del Lavoro (durante la quale ha giocato un ruolo attivo il Giornale del Sud), del fallito golpe tecnico in Sicilia, della proposta che vuole Pino Aprile leader di una lista meridionalista alle prossime elezioni politiche, delle discriminazioni olimpiche del Sud, del Napoli che punta sui giovani e di tante altre notizie e curiosità che, ci auguriamo, possano accompagnare un sereno agosto. Buona lettura e grazie per aver scelto la vera informazione per il Sud! 

La direzione



Vendola apre all'Udc e scarica Di Pietro. C'entrano qualcosa le inchieste pugliesi?

Vendola, Bersani e Di Pietro nell'ormai passata foto di Vasto

BARI - Il boato sembra forte. Un vero e proprio terremoto che distrugge l’unico asse della politica italiana che sembrava inossidabile e infrangibile, quello tra Antonio Di Pietro e Nichi Vendola. Invece, follia agostana, l’incanto è finito. Più che un boato però, l’apertura al centro verso Casini, più che un terremoto è un piccolo petardo, almeno per il momento. Le parole di Vendola non chiudono la questione. Da una parte c’è il rincrescimento per la rottura e dall’altro un attacco preciso a Di pietro accusato di propagandiamo populista: “A me spiace molto ma le sue continue polemiche e il suo propagandiamo rischiano di portarlo alla deriva. Di Pietro e l’Italia dei Valori hanno fatto la loro scelta, mi pare abbiano preso ormai la loro strada” ha dichiarato Vendola. Non si capisce molto bene quale sia la strada intrapresa da Di Pietro e dall’Idv visto che, fino a ieri, il leader maximo di Montenero di Bisaccia, faceva conto principalmente sul Governatore pugliese per avere una sponda sicura in vista delle elezioni del prossimo anno. Forse non sono piaciute al leader di Sinistra e Libertà le uscite “grilline” di Di Pietro o le posizioni anti-Quirinale sul caso D’Ambrosio. Le dichiarazioni di Vendola sembrano aver rotto i ponti, ma il ponte gettato verso Partito Democratico e Unione di Centro non è molto stabile. Al di là del nome che Vendola ha pensato di dare alla futuribile coalizione “Polo della Speranza” c’è ben poca speranza che le cose possano concretizzarsi. Il problema è quello programmatico che da venti anni divide il grosso dei cattolici dal fronte riformista. “Sel è disponibile a lavorare con il Partito Democratico per costruire la coalizione del futuro. Quanto all’Udc occorre essere chiari: se si è d’accordo nel superare le politiche liberiste delle destre, se si vogliono difendere i diritti sociali e l’equità sociale, se si vogliono difendere i diritti delle coppie di fatto e gay sono tutti benvenuti”. La proposta politica di Vendola difficilmente attrarrà l’Udc e molti sono i dubbi circa le vere motivazioni che hanno spinto il Governatore pugliese a sbilanciarsi verso questa mossa. A questo punto vale la pena avanzare delle ipotesi. Potrebbe darsi che Vendola si è finalmente persuaso che solo un accordo con i moderati allontanerebbe per sempre lo spauracchio di Berlusconi. Potrebbe darsi che sia semplicemente una mossa di Bersani per indurre alla ragione Di Pietro. Potrebbe trattarsi di una manovra del leader di Sel per scoraggiare Casini e riportarlo tra le braccia del Pdl (o di come si chiamerà) per facilitare una alleanza tutta di sinistra. Oppure potrebbe darsi che il nuovo asse Udc-Pd-Sel salverebbe il Governatore dai guai giudiziari in cui la magistratura pugliese ha “precipitato” Vendola, soprattutto a causa degli scandali del comparto sanitario regionale. La magistratura pugliese è molto sensibile alle opinioni dell’ala dalemiana del Pd di cui è primo interprete l’ex magistrato e Sindaco di Bari, Michele Emiliano. Chi ha dimenticato le famose scosse preannunciate da D’Alema su Rai tre a Fabio Fazio cui fece seguito, dopo poche settimane, l’inchiesta sulle escort e Berlusconi? E chi ha dimenticato che Emiliano punta dritto come un treno a sostituire Vendola sulla poltrona di Governatore della Puglia? E chi ha dimenticato che ai primi screzi tra Vendola ed Emiliano sono seguiti gli avvisi di garanzia contro la giunta regionale? Nessuno, credo. Allora una soluzione politica che riportasse Vendola in parlamento, magari al Governo con tanto di immunità e lasciasse libera la poltrona di Governatore potrebbe fare comodo a tutti. Poco importa se ci rimetterà le penne il Di Pietro alla deriva che, abbandonato anche da Beppe Grillo, vive con la minaccia della lista “arancione” di De Magistris.

FAUSTO DI LORENZO

martedì 31 luglio 2012

Sicilia, Lombardo si dimette. Cronostoria di cinque anni di (pessima) politica siciliana


PALERMO – E’ ufficiale e definitivo. Il Governatore della Regione Sicilia, Raffaele Lombardo, si è dimesso e ha lasciato campo libero alle elezioni amministrative che si terranno entro il mese di Ottobre. La decisione era già stata ampiamente annunciata ed era arrivata dopo una discutibilissima gestione politica degli affari siciliani. Il punto di svolta era stato il “ribaltone” che aveva portato all’estromissione del centrodestra dal Governo regionale e all’arrivo del Partito Democratico a far da supporto al Governo di Palazzo dei Normanni. Correva l’anno 2008. Il 15 febbraio viene ufficializzata la sua candidatura alla guida della regione. E’ il leader del Movimento per le Autonomie che, alleato del Popolo delle Libertà e dell’Unione di Centro, conquisterà la poltrona di Presidente a scapito della candidata del Partito Democratico, Anna Finocchiaro. Compito impossibile quello della Finocchiario. Era l’anno di Berlusconi, che era tornato in sella a Palazzo Chigi dopo due disastrosi anni di Governo Prodi. Tanto era sicura di perdere che la sera dei risultati, il 14 aprile, era a Roma accanto al Segretario del Pd Walter Veltroni che, in diretta nazionale tracciava il bilancio della sconfitta generale del centro sinistra. La vittoria con il 65% dei voti non si è tradotta in buon governo e nemmeno in stabilità. Quattro i Governi che Lombardo ha prodotto in nemmeno cinque anni. Un anno dopo pensò bene di risolvere i contrasti con l’Udc cacciando gli uomini di Casini. Nel 2009 Lombardo diventa il paladino di tutti, o quasi, i meridionalisti. Novello Masaniello (ogni due per tre in queste regioni del Sud il Lombardo di turno diventa la speranza e il perfetto condottiero, sempre a scadenza!), prende le distanze dal Governo Berlusconi che non rispetta il Sud e non risana il divario tra il Nord e il Sud del Paese. Il MpA non vota la fiducia al Governo e si apre la crisi. Le quotazioni “meridionaliste” di Lombardo invece crescono. Ci sono anche presidenti di associazioni e movimenti cultural-politici che si richiamano alla vera storia del Sud che si candidano alle competizioni locali sotto il simbolo del gabbiano lombardiano. Oggi quel passato è meglio (anche se è difficile) nasconderlo. La crisi con Berlusconi si acuisce e si apre la crisi interna al Pdl Siciliano. Il Pdl è scontento di Lombardo e ne approfittano altri due “campioni” della coerenza politica: Gianfranco Miccichè e Gianfranco Fini. Miccichè è soddisfatto perché lo strappo è la dimostrazione di quanto Lombardo sia inaffidabile e di quanto abbia sbagliato Berlusconi a candidarlo al suo posto alla guida della Regione. Fini è lieto di creare problemi a Berlusconi. Così i seguaci di Miccichè e Fini nel Pdl creano un nuovo gruppo in regione “Pdl Sicilia”. Il Pdl che fa capo ai vertici nazionali (Alfano, Schifani e Nenia) si dissociano e votano contro il Documento di Programmazione Economica e Finanziaria (DPEF) del Governo Lombardo il quale, senza troppi complimenti, passa alla terza giunta cacciando il Pdl “nazionale” e alleandosi nuovamente con Udc e i dissidenti di Fini e Miccichè. La rissa tra finiani e uomini di Miccichè arriva in meno di un anno. Fini esce dal Pdl e fonda il Fli, oggi soggetto politico in via di decomposizione (non che nel 2010 fosse stato meglio in salute!), Miccichè crea il nuovo partito Forza del Sud che si dissocia da Lombardo. Risultato? Quarto Governo Lombardo, questa volta di largo respiro con l’arrivo del Partito Democratico che, tra la perplessità di tutto il mondo politico, flirta con Lombardo che fino a tre mesi prima era considerato un mafioso alla stregua di Totò Riina. Insieme a Mpa, Fli e Pd, ci sono anche l’Udc (tranne gli uomini di Saverio Romano e Totò Cuffaro, ex Governatore poi condannato per concorso esterno in associazione mafiosa) e l’Api di cui è leader Rutelli che aveva abbandonato da poco il Pd. Questa la maggioranza che ha guidato nell’ultimo anno e mezzo la Sicilia. L’addio del Pd ha segnato la fine di Lombardo. Fin qui la storia politica dell’ultimo quinquennio. Ma la Sicilia, la bella e ricca Sicilia, come è stata in questi ultimi cinque anni? Male, sostengono molti anche se ha tutti i numeri per aggrapparsi alla ripresa. Non si spiegherebbe altrimenti il tentativo dei tecnici di commissariare il Governo dell’Isola, recentemente proposto dal Presidente di Confindustria Sicilia Ivan Lo Bello e accolto dal Presidente del Consiglio Monti. Tentativo che è fallito a causa del miliardo di credito che il Governo siciliano vanta verso Roma e che Lombardo ha richiesto con solerzia nelle ultime due settimane costringendo Monti ad una frettolosa ritirata. Eclissata l’opzione commissariamento le dimissioni di Lombardo sono arrivate. Ora a settembre si contenderanno la poltrona almeno cinque candidati. Quello di Sinistra e Libertà, Claudio Fava, di Forza del Sud, Gianfranco Miccichè, e del Movimento dei Sindaci, Nello Dipasquale, sono già in campagna elettorale. Ancora da ufficializzare i nomi di Pdl e Pd (con l’incognita Udc) e quello del Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo che potrebbe giocarsi una bella partita in vista delle prossime politiche. La Sicilia è diventata ufficialmente terreno di scontro ma anche un laboratorio per capire quale sarà il futuro dell’isola e del paese.

FAUSTO DI LORENZO